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LACEDONIA: guerra, follia e morte

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Comunicato stampa… del Corriere dell’Irpinia, gentilmente concesso per la pubblicazione.

E’ notte inoltrata a Lacedonia, il 7 luglio del 1939, quando Francesco Caggiano, 25 anni, muratore, in compagnia del fratello Donato, di Nicola De Vincentis, Nicola Caggiano e Giuseppe Scola si incammina verso contrada Serra. Scelgono il percorso più impervio e nascosto, il sentiero è stretto, devono attraversarlo uno dietro l’altro, davanti c’è Francesco Caggiano, per ultimo il fratello Donato. Improvvisamente l’esplosione di cinque colpi di rivoltella, è Francesco Caggiano ad estrarre dalla tasca la pistola automatica e a fare fuoco, dapprima al’indirizzo di Nicola Caggiano, poi contro il De Vincentis. Lo Scola cerca di scappare ma è raggiunto anche lui da un proiettile. Il giorno dopo il De Vincentis morirà in ospedale. Lo Scola e Caggiano se la caveranno con delle ferite guaribili in poche settimane. Il mattino successivo gli inquirenti troveranno Francesco Caggiano tranquillamente a letto nella propria abitazione, come se nulla fosse accaduto. Sotto il cuscino l’arma del delitto, la rivoltella con la quale sono stati esplosi i cinque colpi, una pistola automatica, calibro 7,65.

L’OSSESSIONE DEL COMPLOTTO

Francesco Caggiano era ritornato dalla Spagna il 6 giugno 1939, dove si era recato come volontario nel febbraio del 1937. Qui aveva combattuto nella guerra civile con l’esercito fascista, a sostegno di Franco. Un equilibrio mentale, quello di Caggiano, che si era rivelato ben presto fragile.
A scatenare una vera e propria mania di persecuzione un furto commesso ai danni del suo reparto, sezione di sanità, del quale non era stato mai trovato il colpevole. Caggiano, era, però, convinto di conoscere il nome dei misteriosi ladri, di averli sorpresi in possesso del denaro e di essere dunque diventato un testimone scomodo per i colpevoli: «L’autore del furto – racconterà Caggiano – era un mio commilitone, Vincenzo Pavolano, della provincia di Napoli. Questi, sapendo che lo avevo sorpreso a contare il denaro rubato e dunque avrei potuto accusarlo, concepì il disegno di uccidermi o farmi uccidere dai suoi compari. Ebbi conferma di questo disegno mentre viaggiavamo sul piroscafo Calabria che ci rimpatriava. Sentii il Pavolano che diceva ad un amico, Giuseppe Rapuano, le seguenti parole: “Questo qui bisogna ammazzarlo, altrimenti dice tutto”. Inizialmente, avevo informato dei miei sospetti il tenente Massaro ma costui non mi diede retta, così successivamente mi rivolsi ad un mio compaesano che viaggiava con noi, il tenente Antonio Chicone. Gli parlai del complotto di Pavolano ai miei danni ma neppure il Chicone mi prese sul serio. Così cominciai a sospettare anche di loro e a pensare che fossero d’accordo con i colpevoli del furto. Allo sbarco a Napoli mi accorsi, poi, di persone sospette che mi seguivano. Pensai di informare la Pubblica Sicurezza ma non riuscii a trovare l’ufficio e partii alla volta di Montesarchio, dove dovevo entrare in possesso del premio di smobilitazione. Uno sconosciuto, intanto, si era avvicinato alla stazione di Napoli e si era offerto di accompagnarmi. Intanto, i miei sospetti si facevano sempre più forti, ne parlai anche con un agente di Pubblica Sicurezza in borghese. Feci ritorno al mio paese, Lacedonia e qui incontrai il tenente Chicone, il mio compaesano. Mi accorsi che dal giorno in cui gli avevo riferito dei miei sospetti mi guardava con diffidenza. Mi convinsi sempre di più che anche il Chicone stesse complottando contro di me e i sospetti crebbero quando mi accorsi che Nicola Caggiano, Nicola De Vincentis e Giuseppe Scola mi pedinavano. Così lo comunicai prontamente al comandante della stazione. La sera del 7 luglio mi ero recato con mio fratello Donato alla cantina Pagliuca a bere un bicchiere di vino. Fu qui che incontrai Nicola De Vincentis e Angelo Giannitti e ci intrattenemmo con loro. Successivamente, il Giannitti rimase in cantina, io, Donato e il De Vincentis uscimmo, decisi a tornare a casa. Prima di salutarci ci fermammo un po’ a discutere. Erano già le 11 passate quando sopraggiunsero Nicola Caggiano e Giuseppe Scola, si avvicinarono a noi e fu allora che il De Vincentis propose di andare dalla prostituta Maria D’Angelo. Gli altri furono d’accordo e ci incamminammo per via Galileo, una stradina ai piedi della rupe. Mio fratello di 17 anni, che soffre di disturbi psichici, non venne con noi.

Mentre camminavo alla testa del gruppo, seguito da Nicola Caggiano, De Vincentis e Scola, tutti e tre si fermarono e credendo di non essere sentito, il Caggiano mormorò agli altri “Non vi preoccupate che a questo lo frego io”. Vidi Nicola Caggiano e De Vincentis muoversi a passo accelerato verso di me mentre lo Scola rimase fermo a 60 metri dal punto in cui mi trovavo. Mi convinsi che volessero uccidermi, feci qualche passo indietro, presi la rivoltella che avevo in tasca e sparai quattro colpi al’indirizzo del Caggiano e del Vincentis con l’intenzione di ferirli per impedire loro di uccidermi. Mi accorsi, poi, che lo Scola assisteva impassibile alla scena e temendo che potesse farmi del male sparai anche a lui. Mi allontanai del luogo del delitto e non dissi niente a nessuno. Non avevo intenzioni omicide, se le avessi avute avrei sparato anche gli altri colpi che avevo in canna». Alla richiesta del perché avesse con sé un’arma risponderà che quella pistola doveva servirgli a difendersi nel caso qualcuno avesse attentato alla sua vita: «La portavo sempre con me da quando avevo capito che qualcuno voleva uccidermi». Smentirà, inoltre, con decisione la presenza di Donato al momento dell’esplosione dei colpi, come riferiranno, invece, gli altri testimoni. Racconterà di aver accettato la proposta del De Vincentis soltanto «per non apparire vigliacco ed evitare che gli altri potessero pensare che ero una spia». Alle obiezioni degli inquirenti che gli faranno notare come non dovesse avere alcun timore di apparire vigliacco, avendo già dimostrato il proprio coraggio in guerra e come fosse stata una decisione priva di senso accettare quella proposta, se effettivamente temeva di essere ucciso, replicherà con decisione: «Insistettero molto e, proprio dati i miei precedenti in guerra, non volevo dimostrare di avere paura. Poi, era da molto che non avevo rapporti con una donna e quello era l’unico luogo in cui avrei potuto soddisfare questo mio bisogno». Fino alla fine continuerà a sostenere di aver agito per legittima difesa «Si facevano degli strani segni, come un linguaggio in codice, pensavo che da un momento al’altro mi avrebbero sparato.

Credevo che insieme al Chicone appartenessero ad un’associazione criminale. Non mi pento di quel che ho fatto». Una versione molto diversa da quella sostenuta dallo Scola e da Nicola Caggiano che racconteranno come la proposta di recarsi da Maria D’Angelo fosse partita dallo stesso Francesco Caggiano: «Io e Nicola Caggiano siamo padri di famiglia – spiegherà lo Scola, 41 anni, di professione calzolaio – e ci opponemmo ma il De Vincentis, che quella sera appariva molto diverso dal solito, accolse con entusiasmo la proposta, pur ammettendo che aveva in tasca solo poche lire. Francesco Caggiano si offrì allora di pagare anche per lui, per me e per Nicola. Così, incuriositi di quello che avrebbe combinato il De Vincentis, andammo con loro. Prendemmo una strada solitaria e ripida, malgrado avessi a lungo insistito perché seguissimo un altro percorso. Ma il Caggiano spiegò che se avessimo preso altre strade avremmo rischiato di essere fermati dai carabinieri. Il sentiero era stretto e dovevamo camminare in fila indiana, Francesco Caggiano per primo, poi Nicola Caggiano, De Vincentis, io e Donato. A un certo punto ebbi bisogno di fermarmi e pregai così Donato di precedermi, quindi li raggiunsi nuovamente. Non eravamo neppure a metà strada quando Francesco si allontanò dalla strada, si rivolse verso di noi e cominciò a sparare colpi di rivoltella. Colpì per primo De Vincentis e Caggiano, io sorpreso, rimasi immobile ma Donato, rivolto verso il fratello gridò “Spara, spara”. Partì un colpo anche contro di me e rimasi ferito alla gamba. Non potevamo chiedere aiuto, nessuno ci avrebbe sentiti. Lasciando a terra gli altri feriti, mi trascinai verso il paese. Qui andai alla ricerca di un medico che mi prestò le prime cure. Posso garantire che tra me e Francesco Caggiano non c’erano mai stati litigi ma mi risulta che i rapporti con Nicola Caggiano e Nicola De Vincentis fossero piuttosto tesi». Scola negherà l’esistenza di qualsiasi piano per uccidere Francesco Caggiano «Non abbiamo mai pedinato il Caggiano, non capisco come sia nata questa accusa. Né feci passare Donato davanti perchè temevo che i due fratelli potessero farmi fuori».
Così come smentirà quella misteriosa frase riportata da Francesco Caggiano “Questo lo frego io”. “Non riesco a capire – chiarirà – quello che è accaduto, non so spiegare neppure perché Donato esortasse il fratello a sparare. Certamente Donato è un giovane con dei problemi psichici, probabilmente a causa di una malattia contratta durante il servizio militare». Un particolare, quello della presenza di Donato sulla scena del delitto, sempre negato dall’imputato.
«So che aveva acquistato da qualche tempo una rivoltella – racconterà Nicola Caggiano, 34 anni, contadino – e aveva raccontato agli amici di volermi uccidere con quell’arma. Con lui non c’erano tensioni ma col fratello Donato esisteva una forte inimicizia. Credo che Donato avesse più volte aizzato il fratello contro di me. Qualche tempo fa lo avevo persino denunciato poiché ogni volta che mi incontrava mi insultava. Mentre percorrevamo il sentiero, diretti alla casa di Maria D’Angelo, su proposta dello stesso Caggiano, un colpo d’arma da fuoco mi colpì alla spalla. Caddi ma, nel tentativo di rialzarmi, fui di nuovo ferito. Soltanto allora mi accorsi che a sparare era stato Francesco Caggiano, si era spostato a sinistra e teneva la rivoltella puntata contro tutti. Il De Vincentis era a terra. Lo Scola cercò di darsi alla fuga ma fu inseguito e colpito. Fino ad allora Donato era con noi ma quando, dopo lo sparo, mi guardai intorno non lo vidi più”.

Anche lui, come lo Scola, smentirà di aver mai pedinato il Caggiano.
Ad essere interrogato sarà anche Chicone, tenente nelle operazioni belliche condotte in Spagna, da civile insegnante elementare: «Il Caggiano faceva parte del mio stesso battaglione, almeno fino alla presa di Bilbao ma non lo ebbi mai alle mie dipendenze, quindi non posso dire di conoscerne le qualità morali ed intellettuali. Per tutta le durata delle operazioni di guerra non mi risulta, però, che abbia commesso alcun atto o comunque dato segni di alienazione mentale. Tuttavia, la sera del 5 giugno mentre ritornavamo in Italia e la nave stava per attraccare al porto di Napoli si presentò da me e mi disse che aveva il sospetto che alcuni legionari lo pedinassero con l’intenzione di ucciderlo. Una volta a Lacedonia, non ho avuto più contatti con lui». Saranno altri testimoni a rivelare ulteriori particolari relativi all’omicidio. Incoronata Lentini, proprietaria della cantina nella quale si erano trattenuti a lungo il De Vincentis e i Caggiano e lo stesso Angelo Giannitti, entrato nel locale in compagnia del De Vincentis, riferiranno di aver sentito Francesco Caggiano lamentarsi del gestore del caffè del Dopolavoro, Bonavita, poiché qualche anno prima aveva colpito il fratello. Caggiano aveva spiegato di frequentare il locale soltanto perchè cercava un pretesto per litigare con lui. Una prova, dunque, dell’indole aggressiva del Caggiano.
Sarà, poi, la moglie del De Vincentis, Rosina Capano, a raccontare che proprio la notte del delitto, il marito, prima di uscire, le aveva consegnato il portafogli contenente 300 lire, raccomandandole di conservarlo lei, poiché «me lo potrebbero levare o mi potrebbero ammazzare, per cui è meglio che tieni tu il denaro, ti potrebbe servire». Una testimonianza che rafforzerà l’idea secondo cui il De Vincentis temeva di essere ucciso dal Caggiano. A lungo gli inquirenti andranno alla ricerca di un reale movente che potesse giustificare quel folle assassinio, indagando nei rapporti che legavano Francesco Caggiano agli altri uomini, senza trovare nulla di concreto. Probabilmente, si legge negli atti del processo, quella raccomandazione di Nicola Caggiano alla moglie era dettata «dalla logica precauzione di chi non è abituato ad uscire di casa a sera tarda».

LA PERIZIA

A spazzare ogni dubbio la perizia psichiatrica del professore Gaetano De Rosa che definirà l’imputato un «demente precoce paranoide, delirante di tipo persecutorio, socialmente pericoloso, che avrebbe agito in preda al suo delirio», incapace, dunque, di intendere e di volere al momento del delitto. I medici sottolineeranno la sua assoluta indifferenza nei confronti dell’omicidio compiuto, il suo non mostrare segni né di pentimento, né di preoccupazione per quanto accaduto. Ne il Caggiano cercherà in alcun modo di sottrarsi alla legge, convinto della legittimità del suo comportamento. Una schizofrenia, la sua, emersa nel’ultimo periodo della permanenza in Spagna, causata anche dalle difficoltà della vita di guerra, fatta di allucinazioni e disordini sensoriali, che si manifesterà anche in carcere. Anche qui continuerà ad essere ossessionato dal’idea del complotto, denunciando la presenza di veleno nel tabacco e nei formaggi a lui somministrati. Sarà la perizia a stabilire l’assenza di qualsiasi tipo di sostanze tossiche nei cibi ingeriti dal Caggiano.
La sentenza del 30 marzo del 1940 lo dichiarerà non imputabile, avendo agito in stato d’infermità mentale. Ne ordinerà, dunque, il ricovero in un manicomio giudiziario per un termine non inferiore a 5 anni.

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ANTONIETTA VUOI TU VENIRE A POMPEI! Madonna mia, rispose costei: come posso venire se sto cionca, e non posso voltarmi? E la Vergine:  Alzati, che sei sana.

Madonna mia, rispose costei: come posso venire se sto cionca, e non posso voltarmi? E la Vergine:  Alzati, che sei sana.

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 di Michele Bortone

L’apparizioni della Vergine di Pompei, che ebbe luogo il 28 luglio 1888, in Lacedonia. Michele Balestrieri, uomo retto e pio e sollecito del bene così materiale come spirituale dei numerosi suoi figlioli, sposò anni or sono una eccellente donna, Grazia Lombardi. Da questa ebbe cinque figli, l’ultima dei quali una bambina, cui pose nome Maria Antonietta. Costei vispa, cresceva gelosamente custodita dalla tenera madre, quando all’età di tre anni ne diventa orfana.  Il padre, che era chiamato fuori di casa per le sue industrie, per non lasciare i bambini soli, abbandonati a se stessi, sposa un’altra donna.

E la scelta non poteva cadere, che sulla sorella della estinta sua compagna, Raffaele Lombardi, donna di una carità verso il prossimo del tutto esemplare.  L’educazione domestica ad un tempo e l’affetto materno, la nuova madre di Antonietta corrispose pienamente alle speranze di Michele. L’attento genitore non permetteva che la sua figliuola facesse visita ad alcuno parente senza la sua compagnia. La fanciulla venne su con gli anni, fra le pareti domestiche, come fiore delicato gelosamente custodito dal vigile agricoltore.

Ai primi di agosto del passato anno 1887 la Raffaela riceve una lettera da Napoli. L’apre e vi trova una immaginetta del Rosario, delle comuni, con  sotto scritto:

La Vergine del SS. Rosario in Valle di Pompei. Guarda la firma: Anna Bruni nata Garzoni: e riconosce l’antica sua amica che per sedici anni non le aveva mai scritto. Come mai questa novità? disse tra sé la Lombardi!  L’Angelina ora si ricorda di me. Che vuole dire questa Madonna di Pompei? Con  curiosità si affretta a leggere:

Mia cara Raffaele. Ti fa meraviglia che io ti scriva dopo tanto tempo? Sappi che in Pompei si sta edificando un Tempio alla Vergine del Rosario, e la Madonna fa molte grazie a coloro che si scrivono a quella Chiesa ed a quella Società del SS Rosario.

Io già sono Zelatrice di quel Santuario, nominata dalla Signora Contessa De Fusco: e desidero che anche tu ne faresti parte, e procuri altri associati in Lacedonia.Ignorando il tuo preciso indirizzo, e temendo che questa lettera non ti arrivi, l’affido alla Madonna: con l’Immagine della prodigiosa Vergine di Pompei. Ti mando la Storia della prodigiosa Vergine di Pompei. Ti mando la Storia dei prodigi e le Novene, acciocché ne diffondi la devozione.

Napoli 4 agosto 1887

La tua antica amica:  Angelina Bruni Garzoni.

La Pia Raffaela divenne imminente  una semplice aggregata, e una fervorosa Zelatrice, e fu la prima in Lacedonia diffondere la devozione alla Vergine di Pompei. Naturalmente fra le prime iscritte anche la sua figliastra Antonietta.

Antonietta Balestrieri compie nel novembre del 1887 il suo diciassettesimo anno. Alta, delicata, bruna, occhi neri: le si legge in volto l’espressione dell’intelligenza di una infantile semplicità e franchezza.

Venne la Pasqua del 1888 che cadeva il 1° aprile. Questa volta le feste pasquali, che tanto brio cagionano nell’animo dei fanciulli e delle giovanette, furono per Antonietta il cominciare dei giorni di pena e di dolori. Il giorno di Pasqua fu colta da pneumonite.Le furono prestate le prime cure, ma il male infierì. Una febbre ostinata la faceva reputare tisica; e invasa da dolori di artrite.

Antonietta costretta a lasciare per sempre la sedia per rimettersi a letto, la quale neppure si poteva muovere. Per farle mutare di posizione, e per rifare il letto ogni otto giorni, conveniva adoperare le braccia altrui. Poi perde  il movimento della persona, diventa paralitica. Il dolore alla spina dorsale la costringe a star sempre ricurva sullo stomaco, senza poter più riposare, la gamba destra, per dolore acutissimo, era raggricciata  che il ginocchio toccava il mento.

Stare nella medesima posizione, le aveva cagionate altre piaghe ai reni.  Non mangiava sembrava che avesse allo stomaco, e come diceva: una fiamma accesa che ardeva nello stomaco, e appena lei mandava giù qualche boccone lo rigettava. L’esofago si stringeva tanto da non potere inghiottire cibo o bevanda alcuna.

Due medici, il Sig. Francesco Diaferia, e il Sig. Pasquale Palmese curavano con  diligenza. Il  medico di famiglia, assiduo a farle vista tre volte al giorno, da molto tempo l’aveva dichiarata incurabile. Seguiva a visitarla per dovere umanitario senza  prescrivere rimedi, affermando che dare le medicina ad Antonietta era lo stesso che gettarle in corpo ad un cadavere. Antonietta Balestrieri ha uno zio medico, fratello di sua madre che dimora in S. Angelo dei Lombardi. Questo a nome di Ferdinando Lombardi, interviene ad un consulto con altri medici;  tutti e tre non diedero speranza alcuna.

Anzi, l’angosciosa, impressione che ne riportò della visita fatta alla sua malandata nipote,   scrisse al padre di Antonietta la seguente lettera.                                                                                                                                                                                                                               Carissimo Cognato

Il peggioramento della povera Antonietta mi affligge. Sarei venuto a visitarla se il mio cuore avesse avuto forza per resistere alle sue sofferenze.

La scienza disgraziatamente può fare poco o niente. Ecco perché sono deluso. Speriamo nella provvidenza. Tu frattanto non addolorarti troppo, e pensa che hai altri figli. Bacio la povera Antonietta e gli altri nipoti. Ti abbraccio con Raffaeluccia.

Angelo dei Lombardi, 27 luglio 1888

Affez. tuo Ferdinando.

Il Dottor Lombardi aveva telegrafato al Dottor Palmese pregandolo di visitare la sventurata nipote, e lo tenesse accorrente dello stato di lei. Il Sig. Palmese aveva risposto con terribile laconico.

“Nulla speranza: non può durare che poche ore”.

Per altri giorni Michele, strappato dai piedi di quel letto di morte dalla tirannia degli affari, fu costretto a stare in Avellino, e riceve un telegramma da Lacedonia, che gli pose i brividi addosso. Era del medico di famiglia.

“Se volete vedere l’ultima volta vostra figlia, venite imminente: morte prossima, paralisi al cuore.” Francesco Diaferia.

Il povero Michele corre tutta la notte, con la speranza di trovar viva sua figlia, la rivide viva, in stato che costei non riconobbe suo padre. La buona matrigna, fervosa Zelatrice della Madonna di Pompei, invocava la protezione ed il soccorso di Colei che é Madre di Misericordia. Tutti della famiglia, a capo Michele, recitavano costantemente il Rosario e la Novena alla Vergine di Pompei. Raffaela non perdeva mai la fiducia: anzi il 10 di luglio scrive a Valle di Pompei la seguente lettera.

Signor Direttore

del Rosario e la Nuova Pompei.

 “Un’associata, che é mia nipote Antonietta Balestrieri, trovasi gravemente inferma da quattro mesi con dolori reumatici e con dolori alla spina. Vi prego di fare una Novena alla SS. Vergine per la guarigione di questa povera giovane. Se la Madonna le farà la grazie, le manderà un dono.”

Lacedonia, 10 luglio 1888

La Zelatrice Raffaela Balestrieri n. Lombardi

La risposta: cominciate qui preghiere; e la Novena fatta contemporaneamente nel Santuario di Pompei dalle nostre Orfanelle, ed in Lacedonia nella casa di Michele Balestrieri. Il male pertanto progrediva a dismisura, non lasciava più speranze. Il Dottor Francesco Diaferia ordinò le si apprestassero gli ultimi Sacramenti.

Morirà di paralisi di cuore, argomentava il medico, per mancamento di nutrizione e di cibo. Una giovanetta spaventata per l’imminente morte, uno dei parenti ricorse al ripiego di dire: “La Contessa da Pompei ha scritto, che se vogliamo la grazia, tutta la famiglia dobbiamo confessarci e comunicarci”. Ed ella acconsentì.

Viene chiamato il Pro-Vicario della diocesi, il venerabile Arcidiacono D. Leonardo Bozzone, e ricevere l’ultima confessione della morente;  il mattino seguente, di sabato, 21 luglio, verso le 5 a.m., le fu somministrato il SS. Viatico dal Sacerdote Nicola Balestrieri. Dopo il Viatico, la buona matrigna pose nell’acqua una cartellina di quelle che da noi  si distribuiscono agl’infermi, sulle quale si legge: Virgo SS. Rosario Pompei, ora pro no bis;  la porse a bere alla moribonda.

Madonna di Pompei, esclamò con fede: pensaci Tu, di guarirla o portala subito in Paradiso. Imminente spiccò il seguente telegramma:

Avv. Bartolo Longo – Valle di Pompei

Fate pregare Orfanelle, mia nipote Antonietta moribonda.

Raffaela Balestrieri Lombardi

La sua agonia si prolungava in mezzo a dolori insopportabili. La vegliavano giorno e  notte, conforme si costuma dei moribondi. Passarono otto lunghissimi giorni. In tutta la settimana Antonietta, non poteva leggere alcuna prece, paralizzata nell’occhio, non tollerava la luce, aveva imparato a mente la Novena alla Vergine di Pompei, e questa tra sé e sé ripeteva di sovente in cuor suo il Rosario,  “Madonna mia, diceva in cuor suo con fede, concedimi la grazia o di guarire o di morire!”.

Il sabato, 28 di luglio, in tante chiese e cappelle d’Italia ed in quelle straniere, come un eco sonoro del Santuario della Valle di Pompei, si onorava il Rosario di Maria con il celebrare i Quindici Sabati.  Quelli della Sua gran festa di ottobre; ed in quel sabato l’Angelo del sacrificio deponevano ai piedi della Regina del Cielo la prece unanime dei figli suoi, commemoravano il quinto dei Misteri di Gaudio, e il ritrovamento di Gesù nel Tempio. Antonietta Balestrieri diede gli ultimi segni dell’arrivo dell’ultimo momento. La gola chiusa, e non lasciava passare un goccio d’acqua. Il desolato genitore procurava un cucchiaino di farle cadere in bocca qualche goccia di acqua: ma i denti ristretti fortemente, scivolando sulle labbra, ricadeva dalla parte opposta senza bagnare la lingua. L’inferma non preferiva parlare, amici, vicini, parenti, preti, silenziosamente entravano, e non potendo trattenere le lacrime, a voce bassa si domandavano se vivesse ancora.

Qualche ora, disse il medico, e sarà morta.

Non la rivedrò che in Paradiso, disse singhiozzando nel partire la sua inseparabile amica, Raffaela Zichella.

Bisogna preparare la bara per la morta, diceva piangendo nel separarsi l’affezionato zio Saverio Pescatore: e bisognava pensare anche il cibo per sostenere i vivi.

Quella sera tralasciata la medicatura delle piaghe, e quelle della spalla, che si erano dilatate e congiunte da formarne una sola e vasta. L’affettuosa zia ed un’amica di famiglia sparsero con olio di mandorle dolci quella piaga, applicando filacce di lino per assorbirne la parte purulenta.

Avevano tentato più volte, con il medico curante Dottor Diaferia. Sopraggiunse la notte, nella casa si era fatta a poco a poco solitudine. Raffaela, inginocchiata davanti alla immagine della Vergine di Pompei, pregava. Antonietta, stanca della vita, infastidita dalla presenza dei viventi, non tollerava più il minimo suono di voce, o il minimo rumore: fece capire che non voleva in quella sua stanza nessuno che la vegliasse quella notte.

Sentiva una smania di restare sola, non importa se mi troveranno morta domani. Rimase soltanto la piccola sorellina, Grazia, la quale cadde nel sonno. Profondo silenzio, veniva interrotto dal respiro affannoso dell’inferma. Suonavano le undici della notte. Michele e Raffaela lasciano anche essi per breve ora la camera dell’amata figliola.

La camera di Antonietta al buio Il sonno non scendeva più a riposo di quelle stanche pupille. Sola, in procinto di presentarsi al Tribunale di Dio. L’affranta giovanetta si rivolge con cuore alla Madre celeste, alla Vergine di Pompei, aiuto degli agonizzanti: e con viva fede, come per l’ultima volta, incomincio a recitar la sua Novena.

Aveva appena incominciato la prima strofa, O Vergine immacolata, Regina del Santo Rosario, quando, giunta a quelle parole: Abbi pietà di me che ho tanto bisogno del tuo soccorso. Mostrati anche a me…

Una folgore di luce veniva dall’uscio, a destra del suo letto. Attonita, e tremante,sospende di pregare, e vede la beata visione! Vede tra quegli splendori la Madre di Dio. La Vergine di Pompei, di una bellezza che si avvicina al suo letto.

L’apparizione non aveva nulla di aereo, e indeterminato, ma era una persona reale e viva, che camminava, rivestita di corpo umano simile al nostro. Le veste candide come la neve: copriva un manto di color celeste: sul capo aveva una bianca corona di rose: le mani giunte, come di chi prega, al fianco destro scendeva la Corona del Rosario. Con voce dolcissima, rivolse alla morente queste amorevole parole.

Antonietta, vuoi tu venire a Pompei?

Madonna mia, rispose lei, come posso venire se sono concia, e non posso voltarmi?

E la Vergine: Alzati, che sei sana.

Come sono sana, se io non posso muovermi?

La Beata Vergine posò la sua bianchissima destra sullo stomaco della giovane, e la sinistra sui reni là dove aveva le piaghe; e con incredibile bontà Ella stessa sollevò l’inferma, e la pose a sedere sul letto ed aggiunse!                                                                                                                                                  

Ecco, tu sei sana.

Madonna mia, io voglio piuttosto morire che rimare storpia.

Tu non devi morire, devi vivere per spandere la mia grandezza in tutta Lacedonia.

Poi proseguì:

Domani ti alzerai e andrai alla Chiesa: ti confesserai e fari la comunione, e poi verrai a visitarmi a Pompei. Prima di entrare nel mio Santuario dovrai scalzarti: e verrai ginocchioni sino al mio Altare.

Qualunque grazia tu vuoi ricorri sempre a me, che sono sempre tua Madre.

La Madonna scompare, ed ella ritornò nel buio, sentendo dal fondo dell’anima una grande consolazione. Era rimasta seduta sul letto come  l’aveva posta la Madonna. Vuole subito provare se fosse veramente guarita: che meraviglia! Balzò dal  letto e prova   camminare, e camminò sola.

I dolori della spina, l’attrazione delle gambe, le ulceri della bocca, gli spasimi dello stomaco,  il catarro viscerale, la paralisi della faccia e dell’occhio, le contrazione delle membra, tutto era sparito in un attimo! Stupefatta,  dall’inaspettato prodigio, il suo primo pensiero vado a chiamare mio padre. Ma ci ripensa a quell’ora, avrebbero pensato lo spettro di Antonietta morta, e di certo si sarebbero spaventati.

Si rimise a letto, aspettando che qualcuno venisse a vederla, per la contentezza che sentiva non poté conciliare il sonno.

Alle 3 del mattino, Michele, trepidante sempre, col cuore e il presagio di una imminente catastrofe, si affaccia cautamente all’uscio della camera di Antonietta, senza fare alcun rumore, e sotto voce gli dice: Antonietta, come stai? Io mi sento guarita! rispose con tono voce forte e sonora la figlia. È venuta la Madonna di Pompei… mi ha detto: Alzati, che sei sana… Oggi stesso voglio andare a Pompei! Stai delirando disse il  padre, dando sfogo ad un pianto dirotto. È il delirio della morte! E piangendo tornò  dalla moglie.

Vai a vedere Antonietta  é in delirio, dice che la Madonna l’ha guarita. La buona Raffaela,  non aveva mai perduta la fiducia nella Madonna, a quelle parole si scuote, e si  siede sul letto; e concitata, tra la speranza della grazia che aveva chiesta, e il timore di una morte inevitabile.  Va, dice al marito, ritorna a lei: osserva se apre le mani, se muove le braccia e le gambe, quello é il segnale che ha avuto la grazia che io aspettavo, perché ho pregato tanto. Nessuno può muovere i palpiti del cuore di quel genitore affranto, ritorna nella stanza della figlia.

Figlia, tu vuoi venire a Pompei? Lasciami vedere se stendi le gambe, apri le mani, e così ti potrò condurre a Pompei.

Ecco, papà, che son sana!

E lei apre le mani, stese le braccia, drizza le gambe, e si  alza dal letto sana come se non avesse mai sofferto infermità. Contento, con qualche brivido di terrore, Michele vedeva la propria figlia, che poco aveva pianta per morta, ritornata da un tratto alla vita. Le sembrava di assistere alla scena di un morto che risuscita. Sparita sotto gli occhi suoi ogni paralisi vedeva la pelle riprendere il suo naturale aspetto: gli occhi bruni di lei, velati ed incavernati, scintillare di ammirabile serenità; e tutta la persona riprendere subitamente una piena e perfetta vita. Tutto questo succede in un batter d’occhio. Il miracolo era evidente. Il male  fuggito da quel corpo così lungamente tormentato.

Turbato a quel fulminante miracolo esitava a credere ciò che vedeva. L’idea di vedere sparire tutti i mali d’un tratto, faceva tremar di paura. Tutto tremante e fuori di se va alla stanza della moglie. Vieni a vederla, gridò, Antonietta é sana!

A quelle parole, Raffaela balza dal letto e corre a vedere la sua diletta nipote levata in piedi che gridava:

“Io sono guarita, guarita del tutto! Oh, com’é buona, com’é potente la Vergine di Pompei!”.

Nel breve assenza del padre Antonietta, impaziente di stare levata dal letto; da sola, senza nessuno appoggio, va nella stanza attigua a riprendere le sue vesti, che erano ripiegate da tempo. Credevano non dovrebbero più bisognare. E lei, di per sé le indossava senza aiuto di nessuno. La prova più convincente che in un istante Antonietta aveva riacquistate tutte le sue primitive forze.

Nell’impeto dell’affetto e della tenerezza Raffaella, in un profluvio di lacrime, ribaciava quella creatura alla quale aveva fatto da madre.

Michele, fuori di sé per la gioia, scende nelle scuderie, chiama i cocchieri che vedano anche loro. Poi esce di casa e va ad un caffè ch’era aperto a quell’ora, e racconta la  prodigiosa ventura a quelli che li dentro si trovavano. Corre a picchiare all’uscio di suo cognato Saverio Pescatore.

Costui all’udir la voce di Michele, reputando venisse per dargli il luttuoso annuncio.  Me l’aspettavo! esclamò dolente; ho già pensato: la bara é pronta: é bella ed apparecchiata nella Congregazione di S. Filippo, mancano soltanto quattro angeli ai quattro cantoni… Che bara e bara! lo interruppe Michele gongolante. Antonietta e sana e viva! La Madonna di Pompei é apparsa, e l’ha guarita. A questa nuova inaspettata notizia, Raffaele Pescatore, non reggendo all’impeto di gioia, si precipita sulla porta, e mezzo vestito, va di corsa ad abbracciare la sua amata nipote.

Subito la voce si sparge per la città, e nonostante  quell’ora mattutina, in breve tutta la casa dei Balestrieri fu gremita di gente. Quelli che l’avevano veduta prima erano commossi di quel  prodigioso avvenimento. La penna non ha colori per dipingere quella scena: ognuno se la può facilmente immaginare. Il suono delle campane a festa annuncia finalmente il giorno di Domenica. L’Angelus del mattino annunciava al popolo di Lacedonia a tanti altri,  la grande misericordia della Vergine di Pompei, che é la luce delle tenebre,  vita e risorgimento dei morti.                                                                                                                                                             

Verso le 6 a.m. Antonietta esce di casa accompagnata dalla sua inseparabile amica Raffaella Zichella, e si dirige al Duomo per confessarsi, come le aveva comandato la Madonna. Ma  il suo Confessore, il Vicario Bozzone, quello stesso che l’aveva confessata per il Viatico, celebrava la Messa. Il padre premuroso che il lungo aspettare le poteva venire qualche svenimento, essendo la figliuola digiuna da tanto tempo. La condusse a piedi, alla Congregazione di S. Filippo Neri.

Antonietta fu vista per la pubblica via camminare senza appoggio alcuno. Entrando nella Capella di San Filippo vede la bara apparecchiata per lei. Si confessa dal Sacerdote Giovanni Balestrieri, Antonietta,   assisté tutta la Messa, sempre inginocchiata in presenza di tutti, e perdurò fino alle ore dieci in preci di ringraziamento. La notizia  di questo straordinario avvenimento si sparse  in tutta la città: e saputo che lei era andata di persona alla Congrega, accorse tanta gente da riempire la Chiesa, tutti videro con i propri occhi l’insigne trionfo della Vergine di Pompei.

Al momento della Comunione il celebrante, Sacerdote Giovanni Balestrieri, si rivolge al  popolo, e con voce singhiozzando  da pianto narra a tutti il portentoso fatto, e mostra  colei che prostrata innanzi all’Altare, “quel novello Lazzaro, é risorta da morte a vita”.

Vedete, dinanzi a voi questa donzella che ieri sera era morta, oggi é viva, sana per insigne miracolo della Vergine di Pompei! Al nostro paese era giunta l’eco dei portenti che la Madonna opera nella sua Valle benedetta di Pompei, ma nessuno di questa Città aveva testimoniato un miracolo.

Il miracolo oggi é vivente in mezzo a noi. Guardate voi la conoscete: Antonietta Balestrieri, già stremata,  da quattro mesi in letto di dolori. La Madonna di Pompei le é apparsa e l’ha guarita. Perché la Madonna é apparsa in Lacedonia?  Perché tutti di questo paese vi convertiate una volta a Dio.

Dopo Messa si avvicinano a Lei tante signore, la baciavano in volto, le stringevano la mano. Lei confusa, ritornò a casa accompagnata dai parenti e dagli amici che si rallegravano con Lei. Tutto questo fu un continuo andare e venire di gente che entrava  in quella casa come un Santuario del Signore. E tutti andavano via  consolati nella fede, e con occhi lucidi di lacrime convinti della parola della Vergine:

Tu devi vivere per spandere le mie grandezze in Lacedonia.

 Antonietta quello stesso giorno avrebbe voluto partire per Pompei per ubbidire alle parole della Madonna. Ma il padre si oppose per le tante faccende che non poteva tralasciare. Lei segretamente fece il voto di andare digiuna al Santuario di Pompei, per comunicarsi all’Altare di Maria. La Domenica, 29  luglio, in Lacedonia parecchi forestieri, dalla novità del fatto, accorsero alla Congregazione di S. Filippo, videro e udirono tutto. Tornati alle loro case, raccontarono l’insigne miracolo.

Dai paesi vicini, Rocchetta, S. Antonio,  Carbonara, da Candela, Calitri, un accorrere continuo di gente che si recava alla casa di Michele Balestrieri. Tutti volevano visitare quella stanza dove era passato un raggio della bontà di Dio. Vedere la Balestrieri guarita per miracolo tanto straordinario. Il medico Diaferia ed il medico Palmese non  ebbero difficoltà di riconoscere ed attestare pubblicamente per soprannaturale la guarigione. Fu il primo, a vedere guarita  colei che la sera aveva lasciata per morta, e trovò sparite tutte le infermità.

Il mattino stesso del prodigio la Raffaela Lombardi, con tanta esultanza, ebbe il grato pensiero di comunicare per telegrafo l’avvenimento.

Avv. Bartolo Longo

Valle di Pompei,

Antonietta Balestrieri alzata di letto sana. Apparizione Madonna di Pompei.

Fate ringraziamenti.

La sera del 10 del settembre 1888, una compagnia di trenta persone si muove da Lacedonia in pellegrinaggio della Valle di Pompei: tra quelle anche Antonietta Balestrieri con suo padre e la sua  zia, tutta la famiglia ed amici.

Il viaggio dura tre giorni in vettura. Ad Atripalda, martedì sera, la compagnia si ferma per riposo, si sparse la voce del miracolo, e nuova gente accorre per sentire il fatto dalla bocca del padre e vedere la sua miracolata figlia. Oggi in Atripalda é diffusa la fama della prodigiosa Vergine di Pompei, con fede del prodigio, viene da tutti recitato il Rosario benedetto di Maria. Il mattino del giovedì il pellegrinaggio giunge al Santuario.

Antonietta, fedele all’ordine ricevuto dalla Madonna, si scalza prima di entrare, e poi ginocchioni raggiunse l’Altare. Quelli che l’accompagnavano, anche i cocchieri, seguirono l’esempio di lei. Il suo voto di andare digiuna era adempiuto, per tre giorni continui digiunò con pane ed acqua. Assieme ad altre persone di famiglia, tra lacrime di emozioni di quanti erano in Chiesa, fece la santa Comunione all’Altare della prodigiosa Immagine, e sciolse il voto.

La prima apparizione della Nostra Signora di Pompei ha la medesima data dalla prima fondazione del suo Santuario: il 1876. Fu una donna coniugata, madre di tanti figli e ricca Signora, dell’alta Società Giovannina Monti nata Sabato, la quale era pianta dà parenti ed amici sull’orlo della tomba. Costei fu la prima ed infaticabile apostola scelta da Maria per diffondere le sue grandezze tra le secolaresche famiglie napoletane. E costei vive tuttora,  e grata alla sua celeste Benefattrice, e non lascia ovunque di attestare quel prodigio.

La seconda apparizione, ad una donzella appartenete a cospicua famiglia di Oria in provincia di Lecce, Mariannina Martini, dal letto di morte, ove la piangevano i suoi, passò istantaneamente a vita. La terza apparizione, che ha fatto tanto rumore, avvenuta a una  nota famiglia  di Napoli, é stata alla giovane Fortunatina Agrelli.

Tra le apparizioni della Vergine di Pompei, l’ultima  il 28 luglio 1888, in Lacedonia, a noi sembra più bella e meravigliosa del modo che é avvenuta. Il segnale della sua misericordia data alla città di Lacedonia, alla giovane Antonietta Balestrieri, c’invita a dedicare tutti giorni i momenti di vivere ed amare e benedire colei che tanto ci ama.                                                                                                                  

Conclusione

Di questo straordinario miracolo che vi ho narrato, forse gli iscritti  a quella Chiesa  della Società del SS Rosario,  saranno arrivati a un milione di nomi, forse di più, o forse meno.

Valle di Pompei, il 6 ottobre, ultimo dei Quindici sabati e vigilia della grande solennità del Rosario del 1888.

Allegati:

Attestato del medico curante Signor Francesco Diaferia,

 il quale dichiara sovrannaturale il fatto della Balestrieri.

Da  quattro mesi la giovanetta Antonietta Balestrieri di Michele era sofferente di reumartride generale, con catarro gastro enterico cronico. Gli arti dolentissimi immobile: lo stomaco refrattario a qualunque alimentazione, avevano ridotta la povera paziente in un stato di avanzata defedazione, tanto da lasciar temere a giorni la morte da paralisi di cuore per inanizione generale. Questo stato e queste condizioni perduravano ostinate e ribelli ad ogni rimedio sino alla sera del 28 luglio ultimo decorso.

Al mattino del 29 la giovanetta si é trovata come per incanto guarita: non più dolori artritici, non più immobilità delle articolazioni: non più catarro gastro enterico: la nutrizione generale rifiorita pressocché al naturale. La Balestrieri, direi quasi novello Lazzaro, é balzata dal letto dei suoi dolori, si é vestita da sè, si é condotto in chiesa senza appoggio e senza esser sorretta. Surge et ambula, le aveva ripetuto una voce soprannaturale!

Chi ha operata tanta crisi istantanea in una malattia di processo? La scienza, no. Dunque? Digitus Dei est hic. Chiniamo la fronte da cattolici.

In attestato del vero si rilascia la presente dichiarazione.

Lacedonia 3 agosto 1888.

Firmato: FRANCESCO DIAFERIA

Visto per la firma del Medico Dottor Francesco Diaferia.

Il Sindaco

Firmato: ALFONSO PASCIUTI                                                                                                                                        

Attestato del Pro-Vicari Generale

di Lacedonia.

Fo fede io qui sottoscritto, che chiamato dall’inferma Antonietta Balestrieri di Michele e della fu Grazia Lombardi, alcuni giorni prima che la vedessi sana in questo Duomo, fu presso al suo letto per ascoltare la sacramentale Confessione.

Lacedonia, 24 settembre 1988.

LEONARDO ARICD. BOZZONE.

 Attestato del Sacerdote

che le apprestò il SS. Viatico.

Attesto il quei sottoscritto, come la giovanetta Antonietta Balestrieri di Michele de della fu Graziella Lombardi di questo Comune di Lacedonia, alquanti giorni prima dell’istantanea guarigione, ricevé per mio ministero Viatico, come le veniva ordinato dal medico curante. In fede.

Lacedonia, 24 settembre 1888.

L’Economo Curato

NICOLA SAC. BALESTRIERI

Attestato del Sacerdote che comunicò

la Balestrieri sana al tutto

il mattino del 29 luglio.

Si attesta da me sottoscritto che la giovane Antonietta Balestrieri di Michele e della fu Grazia Lombardi, di questa città di Lacedonia, la quale pubblicamente si diceva inferma di gravissima malattia, e la sera del 28 luglio p. p. presso a morire; la mattina seguente sana e senza appoggio si è portato al Duomo, e quindi si è venuta in questa Congrega di S. Filippo Neri: dove confessatosi da me ed assistendo alla Messa ginocchione, si è accostata, con meraviglia di tutti quei fedeli, all’altare per la Santa Comunione, che devotamente ricevé per mio sacerdotale ministero.

In fede.

Lacedonia, 24 settembre 1888

GIOVANNI SAC. BALESTRIERI

Direttore della Conf. di S. Filippo neri sita in Lacedonia.                                                                                                                           

Atto notorio dei notabili di Lacedonia

che attestano il miracolo.

 Costa a noi sottoscritti la verità del fatto straordinario accaduto in Lacedonia nel dì 29 luglio 1888 in persona della giovane Antonietta Balestrieri, figli di Michele Balestrieri e della fu Grazia Lombardi,; la quale dal letto di morte passò repentinamente a vita ed sanità in quello stesso giorno, come ocularmente fummo testimoni.

 Firmati: – LEONARDO ARCID. BOZZONE,

Pro-Vicario e Confessore nella Infermità. – GIOVANNI SAC. BALESTRIERI, Confessore della giovane dopo la guarigione. DOTT. PASQUALE PALMESE  (Medico). – CAN. GIUSEPPE VIGORITA. – CAN. ANTONIO LASTELLA. – SAC. NICOLA BALESTRIERI. – DOTT. VINCENZO SAPONIERO, (Medico) Assessore Municipale. – GIUSEPPE LASTELLA, Priore della Congrega del Carmine e Consigliere Comunale. – GERARDO CALDERISI.  Consigliere Municipale. –  ALFONSO VIGORITA,  Consigliere Municipale. – SAVERIO PESCATORE, (figlio) Negoziante. – AVV. CARLO FRANCIOSI. – AVV. VINCENZO LA STELLA.  – GIOVANNI FRANCIOSI. – ANTONIO CIRIELLO,Agrimensore. – GIUSEPPE DE VINCENIIS, Segretario Comunale. – EGIDIO LASTELLA, Negoziante. – GIUSEPPE GIANMMARINO, Farmacista. – PASQUALE SAPONIERI, Insegnate. – LUCIANO ANZUONI, Telegrafista. – DOMENICO MONACO, Supplente Telegrafico. – FAUSTO LASTELLA,  Accolito. – SAVERIO BIZZARRI, Farmacista. – CARMINE GIANNETTI, Possidente. – ANGELO SINISCALCO, Negoziante. – FRANCESCO ONORATO, Farmacista. – BARBIROTTO DONATO, Negoziante. – MICHELE DE MAURO, Agrimensore. – FRANCESCO BIZZARRI, Negoziante.

 Si certifica da Noi sottoscritto, Notaro  Luigi Onorato fu Dott. Raffaele, residente in Lacedonia, iscritto presso il Consiglio Notarile di Santangelo dei Lombardi, che le sovrascritte firme sono vere per essere state vergate in Nostra presenza e dei testimoni Signori Vincenzo Anzuoni di Alfonso e Giuseppe Bottazzi di Angelantonio proprietarii, ambedue nati e domiciliati in Lacedonia, maggiori di età, nella piana capacità giuridica, conosciuti personalmente da Noi Notaro e con noi conoscono personalmente i firmatarii suddetti.

Lacedonia, 21 settembre 1888

 DOTTOR VINCENZO ANZUONI, Testimone 

BOTTAZZI GIUSEPPE, Testimone

NOTAR LUIGI ONORATO fu DOTT. RAFF

                            residente in Lacedonia

 Vi é il suggello del Notaio.

 Apparizione della Vergine del Rosario Di Pompei: in Lacedonia il 28. 1888

del Beato Longo Bartolo, 1841-1926 .

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LA BAITA DALLE BETULLE ROSSE

Presentazione in Svizzera del nuovo libro di Michele Bortone “La baita dalle betulle rosse”

(Ed. Safm Records)

Pubblicato da Redazione NEWS FUORI REGIONE 01 aprile 2015

copertina la baita

La baita dalle betulle rosse”, ultima opera di Michele Bortone (“i sentimenti sono come le foglie, la più bella resta tra i rami”), le cui tipiche caratteristiche sono delicatezza, sensibilità, estro e passione. La storia che tratta in questo volume (Edizioni Safm Records – Stampato da Marwan Srl, marzo 2015 – pagine 304) è ambientata in un villaggio campestre, dove resta tipico lo stile di vita degli anni ’50 dello scorso secolo (“anni – egli rileva – della nostra infanzia e adolescenza”). Molto rappresentativi delle terre del sud i numerosi protagonisti della storia, tra cui Claudio, Don Vincenzo, Antonio, Serena  e la signora Anderson. L’autore (come dice nella sua prefazione Enzo Di Gironimo) li ha rapidamente ben tracciati: contadini che annotano una tipica diffidenza verso il forestiero che, una volta conosciutane la lealtà, può creare amicizia che sviluppa quell’ospitalità spontanea, semplice sincera, tipica della cultura contadina delle genti di montagna. E nasce così quell’ospitalità che si concretizza in orecchiette fumanti, prosciutto, salsicce ed un buon autentico vino.

Ciò non toglie però che paure, credenze, superstizioni siano presenti nell’incontro collettivo di quella gente incidendo in modo decisivo sul carattere delle persone. I ragazzi, forse, sono cresciuti troppo in fretta, però restano ancora spontanei e genuini e, come ai tempi di noi adulti, si divertono ancora col cerchio delle botti, o con la palla di pezza per le strade polverose.

Don Vincenzo, il parroco, spesso è un personaggio alla Don Camillo di Guareschi, ma autentico prete di tanti paesi del sud. Il libro, oltre che per la storia che narra, presenta un linguaggio semplice, genuino, talvolta di vena poetica ed inventiva originale. Frutto della fantasia di Bortone, la storia porta avanti il lettore con piacevolezza e rapidità. Finale  a sorpresa. Ricordiamo ai lettori che Michele Bortone, emigrato da Lacedonia (Campania) a Lugano dal 1968, è balzato agli onori della cronaca per aver composto una canzone in onore della Principessa Diana. “L’amore”, questo il titolo della canzone, cantata da Manuela Barbaro, fa anche parte della compilation “Il meglio di Michele Bortone”.

Attivo e creativo tra la comunità italiana del Ticino (e particolarmente di Lugano) ha costituito l’Associazione Culturale Lacedonia ideando il “Premio internazionale di poesia, narrativa, pittura e musica Francesco De Sanctis”.

Attuale presidente dell’ “Associazione lacedoniesi e campani nel mondo”. Sempre attento a nuove iniziative, capaci di dare risalto a momenti formativi, è sempre pronto a collaborare con quanti organizzano iniziative di approfondimento in campo culturale. Tra l’altro offre una particolare collaborazione al ”Festival della canzone napoletana di Zurigo” che annualmente si svolge nel mese di dicembre. Queste alcune importanti tappe della sua carriera artistica. Nel 1980 Incide il disco dal titolo “Pazzo amore”; nel 1985 con il testo “Fiori d’arancio” vince il concorso letterario “Primavera Abruzzese”; nel 1991 partecipa alla compilation “Hitalo Hits” firmando il testo e la musica di “Ci incontriamo a Lugano”, dividendo la realizzazione con brani di Little Tony, Carmelo Zappulla, Franco Mercia. Nel 1994 a Como, in un concorso per parolieri e compositori, si classifica al primo posto con la canzone “Dedicato a un’amica” e viene inserito nell’antologia “I contemporanei della Comunità Europea”.

Continuando, da segnalare ancora 1995 la creazione insieme con altri lacedoniesi dell’Associazione Culturale “Lacedonia” della quale è stato per cinque anni presidente e per altrettanti come segretario. Ideatore nel 1995 anche del “Premio Internazionale di poesia, narrativa e musica Francesco De Sanctis” (svoltosi anche nel 1996) del quale ha curato e pubblicato le antologie (prima e seconda edizione). Nel 2000, sponsorizzato e pubblicizzato dall’Associazione Culturale Lacedonia, ha curato e pubblicato il volume “Lacedonia dal medioevo al XX secolo”.

Nel 2005 ha creato l’Associazione Lacedoniesi e Campani nel mondo, di cui è presidente, e aderisce alla F.A.C.S.

Ricordiamo ancora che dal 1995 al 2000 è stato direttore artistico del Festival Internazionale della canzone inedita “Ci incontriamo a Lugano”. Cura, anche, le edizioni discografiche Safm Records.

Sue poesie e suoi articoli sono inseriti in pagine web. contatti: mail mbortone83@gmail.com

Nella foto la copertina del libro.
(Nino Bellinvia)

LA RAGAZZA DAGLI OCCHI TRISTI

LA RAGAZZA DAGLI OCCHI TRISTI

Questa storia è ambientata in un paesino, Bellosguardo (SA), dove è ancora vivo lo stile di vita del secondo Dopoguerra («anni» rileva Bortone, «della nostra infanzia e adolescenza»).

Al cuore non sì può parlare. Innamorarsi è il cuore che ne paga le conseguenze. Spesso a tutto c’è una risposta, ma innamorarsi è come tornare bambini. A volte uno sguardo malizioso dice tutto; le parole d’amore rassicurano e gratificano, rendendo i due innamorati più complici. Tra i protagonisti Franco, Laura, Sara, Anna, Giulia, Antonio e Giacomo.

Franco, un musicista e fotografo, segue una ragazza che lo porta a chiederle informazioni su di lei. La sua bellezza è dirompente e lei gli risponde: «La tua informazione sono io.» Laura, questo il nome della ragazza, ha un’infanzia difficile, sempre sulle difensive, che la porta ad avere un determinato carattere: timido e introverso. Laura non ha vita facile, porta dentro di sé l’inconscio. L’amore travolgente e ricambiato con Franco, però, sembra non finire mai.

Orfana di entrambi i genitori, è sempre triste, tanto che per il suo comportamento le viene dato il nomignolo: “La ragazza dagli occhi tristi.” Nomignolo dolce e romantico che le si addice. Nonostante le difficoltà Laura, per cause di forza maggiore, sceglie di andare a lavorare per guadagnarsi da vivere, diventando venditrice, acquisisce esperienze di vita nel mondo del lavoro, fino a spingerla a diventare proprietaria del negozio in cui lavora.

Con la sua bellezza e il suo charme fa strada. Le farfalle si fermano a osservare, i grilli smettono di cantare per ascoltarla. Il suo sguardo e quello di Franco si cercano; nei suoi occhi lui vede le spiagge e i tramonti che non finiscono mai.

Si svegliano a mattino inoltrato, uno nelle braccia dell’altra. Laura lancia un grido di spavento, il suo comportamento è strano. Lui chiedi una spiegazione. «Hai anche il coraggio di chiedermi cosa è successo?», risponde. «Ti rendi conto che abbiamo dormito tutta la notte sul divano abbracciati?!»

«E allora?»

Il loro amore, quello vero, è quello che non conosce confini; la felicità è la chiave della vita. Certo si sono lasciati andare, sarebbe peccato lasciar appassire la bellezza dei suoi occhi tristi. Qualcosa lo sorprende, quando si guardano a lui prende una sensazione strana, come se lei fosse lì ad aspettare il suo sguardo. Stacca gli occhi dai suoi; lei si gira e i loro sguardi nuovamente si incrociano, tutto questo lui lo definisce attrazione.

«Laura, stai crescendo, sei una donna da sposare.»

«Non insistere, Franco, sai che ti prendo in parola.»

Le rispondo: «Chissà quando arriverà quel giorno.»

«Tempo al tempo, una cosa per volta, e poi che fretta c’è, stiamo bene così.»

Si lasciano con un forte abbraccio e baci echeggianti, assieme pronunciano la formula di rito: «Pensami, sognami.»

«Anche tu.»

Che ragazza, dotata di una forte sensibilità sentimentale. La sua bellezza è l’assoluta libertà, potrebbero opporsi al vento, se solo lo volesse.

È tempo che lei smetta di cercare fuori di sé, quello che a suo avviso può renderla felice. I bagliori del mattino li sorprendono di nuovo, l’uno nelle braccia dell’altra. È una bella giornata di primavera, passeggiano mano nella mano, li sorprende un temporale. L’istinto li porta a ripararsi in una chiesa. La sua immaginazione viaggia, lo porta a pensare. È un luogo adatto per celebrare il nostro matrimonio. La chiesa è bella, la immagina addobbata di fiori, gremita di gente. La marcia nuziale e Laura, controluce, che raggiunge l’altare.

Lei gli chiede: «Dove stai con il pensiero?» Lui le racconta e lei: «Tu corri troppo.»

Un amore travolgente tra loro, lui le vuole tanto bene, un giorno le dice: «Sai, pensavo di regalarti una nuvola, un pezzo di cielo, così sarai più felice.»

«Tu sei furbo, Franco, vuoi regalarmi ciò che non è tuo.»

Laura, una bella ragazza affascinate, eppure a volte vede il grigio nei suoi pensieri e sul suo volto. La sua insistenza lo conduce a dedicarle alcuni versi:

 

La luce del giorno.

Sei tutto quello che c’è, la tua ombra intorno a me,

la notte la luna, il tramonto sei tu.

Sei l’alba il sole, che spunta dal mare,

il pensiero sei tu,

sei l’amore, sei il vento,

che dolcemente bisbiglia un pensiero,

tu sei tutta per me.

Lei legge, pensa a quelle parole che lui le ha dedicato, si chiede: «Qual è l’ordine delle cose che sono nel suo cuore?»

«Sicuramente l’amore e la stima che hai per me.»

Laura non si esprime, ma estasiata continua a rileggere quelle parole, il riflesso di luce brilla nei suoi occhi, una lacrima brilla come un diamante sul suo viso. Un amore ha bisogno del vivere quotidiano, nella fede e speranza; di vivere con tutte le gioie, le fatiche di un cammino che conduce a un matrimonio.

Lui continua a scrivere: La ragazza dagli occhi tristi.

Si accorge che lei segue passo dopo passo tutto ciò che scrive. E un bel giorno gli chiede: «Hai finito di scrivere il romanzo? Come va a finire?»

La guardo e so già la risposta.

«Finisce che lui li chiede di sposarlo, ma lei risponde che non è il momento.»

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GEMELLAGGIO LAVENA PONTE TRESA -CALITRI

Calitri la Positano dell'IrpiniaIl tre e quattro luglio ’10  Gemellaggio Lavena Ponte Tresa – Calitri

di Michele Bortone

Il gemellaggio è un legame simbolico tra due o più paesi, per sviluppare strette relazioni politiche, economiche e culturale. Altri tipi di gemellaggio, portano avanti una serie di iniziative atte a rafforzare il rapporto tra i gemellati e far conoscere le loro realtà agli altri. È parte della vita dell’Europa sin dai primi anni 50, ha avvicinato molte persone di paesi diversi. Sebbene continui a crescere  a svilupparsi, è difficile trovare informazioni affidabili e aggiornate sul gemellaggio in un unico luogo.  Vi sono molti esempi di buone pratiche nell’ambito del gemellaggio, una grande varietà di temi: l’arte e la cultura, i giovani, la cittadinanza, lo sviluppo sostenibile, i servizi pubblici locali, lo sviluppo economico locale, l’inclusione sociale, la solidarietà ecc. Quali obbiettivi per una buona riuscita del gemellaggio?  Questa dovrebbe essere la prima domanda che ci si pone quando si avvia un progetto di gemellaggio. Si devono definire degli obiettivi chiari e delle attività, di tanto in tanto, riesaminare, gli obiettivi e le azioni, per assicurarsi che tutti gli interessati abbiano le stesse priorità.

Un gemellaggio può creare un ambiente ideale in cui sviluppare nuove tecniche di cooperazione. Lo scambio di esperienze, oltre a favorire la riflessione congiunta su delle questioni specifiche, può aiutare a trovare soluzioni o ad apportare miglioramenti.  Per alcuni tipi di progetti vi sono fondi messi a disposizione da programmi dei governi nazionali o da fondazioni. Tuttavia, gli enti locali e le associazioni di gemellaggio hanno la possibilità di alleggerire l’onere finanziario, grazie al programma istituito dalla Commissione Europea nel 1989 in risposta all’appello del Parlamento Europeo di sostenere le iniziative di gemellaggio che aiutano ad avvicinare l’Europa ai suoi cittadini, e quello che si apprestano a fare il 3 e 4 luglio 2010, Lavena Ponte Tresa  e Calitri, un legame simbolico di Gemellaggio. Calitri risale al toponimo greco “Alètrion” derivante dall’originario “Alètriom” dal tipico suffisso tirreno-etrusco, che in epoca romana sarà “Aletrium” poi “Caletrum” e infine “Calitri”. Plinio il Vecchio (23-79 D.C.), elencando le popolazioni irpine, parla della colonia degli Aletrini.  L’insediamento ha vissuto, progressivamente, le vicende storiche dell’intero territorio irpino, legato probabilmente a presenze greche ed etrusche e sicuramente alla lunga dominazione romana. Nel periodo medioevale, Calitri è uno dei tanti centri sottoposti all’amministrazione Longobarda prima e Normanna e Sveva poi, sotto queste due dinastie l’insediamento calitrano conosce un periodo di crescita e prosperità, legato alla vicinanza con Melfi, centro di prima importanza sia per i normanni che per gli svevi.

Con la dominazione normanna il feudo di Calitri venne affidato ai Balvano, mentre sotto Federico II di Svevia appartenne al regio demanio. Nel 1304 Calitri passò ai Gesualdo, principi di Venosa che ne ebbero il possesso per tre secoli. Con i Gesualdo Calitri conobbe la sua epoca d’oro; l’antico castello venne trasformato in una sontuosa dimora signorile. Dai  Gesualdo Calitri passò ai Ludovisi che nel 1676 lo cedettero alla famiglia Mirelli. La prima metà del XIX secolo vede Calitri variamente coinvolta nei fatti che vanno, dalle guerre d’indipendenza fino all’unità d’Italia. Dopo l’unità Calitri e la sua storia si confondono con quella di tanti altri centri dell’Italia meridionale: brigantaggio, emigrazione, latifondismo baronale, lotte per la spartizione della terra.  Comuni limitrofi 20, Sant’Andrea di Conza dista a km 5,6, Muro Lucano a 20,1. Sindaco GIUSEPPE  DI MILLA in carica da maggio 2006. Censimento Istat 2001 popolazione residente 5.843 (M 2.772, F 3.071) denominazione abitanti calitrani, Santo Patrono San Canio, Festa Patronale 25 maggio. La città offre varie manifestazioni dicembre-aprile – rappresentazioni teatrali: nei locali del Centro Sociale “T. Di Pietro” in località Pittoli è possibile assistere a spettacoli teatrali.  In agosto-estate calitrana: durante il mese si svolgono tornei sportivi, giochi, serate danzanti. Dicembre-Sagra della Scarpegghia: per le vie del centro storico è possibile degustare i prodotti tipici locali, scoprire i prodotti dell’artigianato locale. Il 13 dicembre di ogni anno, in occasione della festività di Santa Lucia, la chiesetta è meta di moltissimi devoti; nel pomeriggio vi si celebra una santa messa, si assiste al sorteggio della tradizionale “veccia” (tacchino) e di altri premi ed infine si può assistere ad uno spettacolo di fuochi pirotecnici.

Le tradizioni, i valori dei canti popolari hanno costituito per secoli  “materiale culturale” trasmesso di generazione in generazione, nelle occasioni simbolicamente più significative (battesimi, matrimoni, comunione momenti  quotidiani della vita.  I bambini, sin dall’infanzia, venivano educati al canto con ninne nanne sussurrate dalle donne più anziane, o dalle mamme. Da non tralasciare le  serenate, a notte fonda, sotto il balcone o la finestra della fanciulla prediletta, gli adolescenti esprimevano il loro sentimento, decantando la bellezza degli occhi, dei capelli dell’amata. Canti ironici, satirici o di vero e proprio insulto, che non di rado provocavano l’insorgenza di liti furibonde. Canti di vario tipo accompagnavano le dure fatiche dei campi, i lavori nelle vigne, il lavaggio dei panni nei torrenti. Oggi qualche anziano ricorda gli antichi canti e delle amate nenie. Canti e rime di assonanze composte da parole semplici e di uso comune. I canti diffusi a Calitri erano prettamente dei “s’nett”, costituiti da versi endecasillabi concatenate in rime  (baciate, e per lo più alternate), ne citiamo alcuni; (Franc’schina la cal’trana, la cant’nera, lu zuopp’r’ giacchetta corta), e tanti altri raccolti in un 33 giri “Calitri canta” edito da radio irpinia 1981. La Positano dell’Irpinia, paese con tante attività imprenditoriale, dedita all’agricoltura dove si producono dei buoni vini: bianco: nelle tipologie frizzante, amabile e passito, rosso: frizzante, amabile, liquoroso, passito e novello, rosato: frizzante e amabile. Gente laboriosa e ospitale.

PROMOSSA DAL MAGAZINE – La fama di Calitri è cresciuta tanto che anche il noto magazine online: «International Living». «Nine places where you can retire and live like a king» (che letteralmente significa: i nove posti dove puoi andartene in pensione per viverci come un re).  Vi abbiamo descritto alcuni valori di questa  cittadina, senza nulla togliere a Lavena Ponte Tresa, che ha saputo accogliere e dare ospitalità a diverse culture di emigrati, siciliani, calabresi, campani ecc.  Non dimentichiamo il grande fenomeno sociale che è stato l’emigrazione. Il decollo industriale del primo decennio, provoca un esodo impressionante, tra il 1901 e il 1913 emigrano otto milioni di italiani, di essi 3.374.000 sono meridionali. Ma questa è altra storia, oggi preferiamo augurare ai due paesi per questo splendido progetto, i migliori auguri e felicitazione.

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Lavena Ponte Tresa, venerdì 2 giugno ’17 l’incontro “Prosa e poesia, partendo dalle radici del mutuo soccorso”

lavena1di  Alessia Pastore

Venerdì 2 giugno si terrà presso l’Antica Rimessa del Tram di Lavena Ponte Tresa un incontro pubblico dal titolo “Prosa e poesia, partendo dalle radici del mutuo soccorso”. Una serata nella quale diversi saranno i momenti pensati per intrattenere il pubblico e molti saranno gli interventi in programma. Ad organizzare la S.O.M.S. di Lavena Ponte Tresa che dà appuntamento alle ore 17.30.

Lavena Ponte Tresa, venerdì l’incontro “Prosa e poesia, partendo dalle radici del mutuo soccorso”. Si terrà nel pomeriggio di venerdì 2 giugno, presso l’Antica Rimessa del Tram di Lavena Ponte Tresa, un incontro pubblico dedicato alla storia e alle radici del mutuo soccorso. La S.O.M.S. locale, con la collaborazione del Coordinamento Regionale delle Società di Mutuo Soccorso della Lombardia e con il patrocinio del comune di Lavena Ponte Tresa, organizza l’iniziativa “Prosa e poesia, partendo dalle radici del mutuo soccorso”. Ad introdurre la serata saranno Mario Altomare Zichella, presidente della S.O.M.S. di Lavena Ponte Tresa, il sindaco Massimo Mastromarino e Sergio Capitoli, presidente dell’Associazione Italiana delle Società di Mutuo Soccorso. Ad intervenire nel corso dell’incontro saranno, poi, Ferruccio Temporiti, presidente del Coordinamento regionale della Lombardia, Giuseppe Lascala, segretario del Coordinamento regionale della Lombardia, e Michele Bortone, poeta e scrittore.

Esibizioni musicali, premiazioni e mostre fotografiche: ecco il programma della serata. Tanti saranno i momenti che andranno a comporre la serata dedicata all’incontro: si inizierà con la premiazione degli studenti della scuola media di Lavena Ponte Tresa che hanno presentato i migliori elaborati sul tema “Valori umani e cristiani e la loro importanza nell’attuale difficile momento storico”. Seguirà l’esibizione della cantante Francesca Parrotta che intratterrà il pubblico con alcune note canzoni. La serata proseguirà con alcuni brani e poesie tratti dai romanzi di Giuseppe Lascala ,che saranno decantati da Antonio Sanna, socio onorario di S.O.M.S Lavena Ponte Tresa. Ciliegina sulla torta dell’iniziativa sarà poi la mostra pittorica e fotografica, corredata di elaborati sul tema dal titolo “Lavena ieri e oggi”. L’ingresso sarà libero.

PRIMAVERA BALCANICA

Non sono stelle filanti
non sono stelle cadenti
ma sono bombe che cadono.

Amico Baldi
non fiorisce più la bianca betulla a Sarajevo
tu sei cieco, non puoi vedere le atrocità di questo mondo,
ma puoi ascoltare, sentire le persecuzioni, il genocidio di popoli.

Non sono stelle cadenti
ma bombe che cadono su Belgrado, Pancevo, Pristina, Skopje.
Non sono stelle filanti ma bombe
Per distruggere un’altra torre di Babele.

Quali condizioni e garanzie irrinunciabili per una pace nel mondo, I nostri pensieri e le nostre preghiere vanno alle famiglie e alle vittime innocenti della guerra. La cultura è il seme della pace e la fratellanza tra i popoli.
L’umanità deve scegliere fra l’amore e l’odio, l’odio distrugge,l’amore costruisce. Un appello ai fratelli cristiani,ebrei e mussulmani. La pace è prigioniera del terrore,dobbiamo liberare la pace: (Non si uccide in nome di Dio! Dio è per l’amore e della pace.) Stiamo costruendo un’altra torre di Babele e di questo
pagheranno i nostri figli.

Michele Bortone

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A LACEDONIA… “NON SI VIVEVA SOLO DI ARIA”. Crisi agraria 1585-1615

LACEDONIA 1foto Michele Bortone

Con l’avvento del Cristianesimo, Lacedonia fu possesso dei monaci Benedettini ai quali era stata donata dal’Imperatore Giustiniano nel 517 d. C. Purtroppo il terremoto del 5 dicembre 1456, vigilia della festa di S. Nicola, distrusse il paese, che fu ricostruito in un luogo diverso. S. Nicola, deluse i Lacedoniesi che gli affiancarono S. Filippo Neri. Il feudatario Giannantonio Orsini la fece ricostruire nella parte sud-est della collina, chiudendola in una cinta muraria con quattro porte, tre delle quali ancora oggi esistenti. Le quattro porte, fiancheggiate da torri, erano: Porta di Sopra, presso il Palazzo Vescovile, abbattuta nel secolo scorso; Porta La Stella, nelle vicinanze delle rupi; Porta di Sotto, Porta degli Albanesi, dove il Principe Orsini fece costruire un castello per dimora signorile. Queste notizie son cose risapute, si vuole meglio definire le componenti sociali ed i beni fondiari dei feudi Doria. Volendo definire meglio l’antagonismo, le alleanze, gli aggiustamenti della componente sociale a causa della terra, vennero applicate delle regole di ferro ed ottimamente studiate per la produzione e della rendita fondiaria. Vi erano delle terre produttive direttamente gestite da feudatari del Regno e per gli enti religiosi. Relativamente alle terre coltivate a cereali nei loro feudi, essi ricevevano rendite in natura, (prodotti della terra) o in danaro (affitti), discorso che può essere esteso alle terre ecclesiastiche quanto definiamo per le terre feudali circa i rapporti di produzione. La posizione degli Orsini è del tutto imbarazzante, in particolare quella del Principe di Taranto, che domina in gran parte della Puglia e potrebbe accampare diritti sulla successione al trono di Napoli. Con la congiura del 1403, le tensioni si accentuano, dove vediamo implicate le maggiori dinastie del Regno. I Sanseverino che guidano la ribellione, vengono quasi del tutto sterminati, mentre i Ruffo subiscono numerose confische. Ladislao I teme la potenza degli Orsini del Balzo e vuole togliere di mezzo il potente Principe. Raimondello, il quale non ci sta e si ribella, questo avviene nel 1405, riesce a sostenere la guerra contro il sovrano, ma viene costretto ad abbandonare Taranto dopo un inutile assedio. Raimondello muore (1406) e la vedova Maria d’Enghien è costretta, in seguito al secondo assedio di Taranto (1407), a sposare il Re, che le confisca i feudi e la terrà in stato di semi-detenzione con i quattro figli.

Non ha una buona sorte Ladislao I, muore nel 1414 e gli succede la sorella Giovanna II. Senza eredi e sovrana di un Regno in anarchia. I rapporti tra gli Orsini del Balzo e la Regina sono freddi ed ostili. L’atteggiamento cambia dopo il fallito tentativo di usurpazione del Conte di La Marche, marito della Regina, che viene deposto dal’intervento delle truppe e dei denari di Maria Enghien e del figlio Giannantonio. Giovanna II, per sdebitarsi, ridarà il principato di Taranto a Giannantonio. Costui non ha vita facile, con le guerre franco spagnole che intaccano il patrimonio familiare, con conseguente vendita di molti feudi, per far fronte a debiti ed evitare lo spettro della povertà (diffusa). Masella, rimase erede e Signora non solo di Missanello,di Gallicchio, e di altri feudi e beni nelle pertinenze di Aversa. Masella sposò Antonello Gattola. Nacque Francesca che rimasta altresì erede, contrasse matrimonio con Filippo Coppola da Piazza di Portanova, figliolo di Francesco, Conte di Sarno, di Cariati, e grande Ammirante del Regno. Portò in dote Míssanello (da cui deriva il titolo “Marchesi di Míssanello”) e i Príncipi di Gallicchio. Dopo la morte di Antonello, Masella sposò Ttraiano Pappacoda, con cui generò (pare) Baldassarre, Signore della Città di Lacedonia. Siamo al 1480, quando avviene la catastrofe di Gallicchio per mezzo dei Turchi. Per quanto riguarda la famiglia Pappacoda, apprendiamo che, nel 1495, Re Ferdinando d’Aragona toglie i feudi di Gallicchio e Missaneilo a Traiano che si era ribellato. E li affidò a Baldassare, suo figlio. Durante il lungo periodo dei due Pappacoda (1485-1562), i feudi furono censiti per ben tre volte, in particolare nel 1545 Misanello registra 117 famiglie, Gallicchio appena 32; mentre nel 1561, Missanello enumera 183 fuochi mentre Gallicchio raggiunge il numero di 40.

Al’inizio del ‘500 le sorti feudali dei due centri dopo circa un secolo si separano. Il 1501, Lacedonia fu acquistata da Carlo Pappacoda, al prezzo di 76.500 ducati. Rocchetta da Innigo del Tufo per 72.000 ducati. Avigliano da Alessandro Ferrero per 48.000 ducati. San Fele da Giacomo Grimaldi per 69.000 ducati. L’incremento di popolazione per Lacedonia nel 1532 era di 250 fuochi (cioè famiglie), (nel 1545 di 281, nel 1561 di 299, e nel 1595 di 327.) I Pappacoda, sulle cui vicende avremo modo di occuparci piú dettagliatamente in seguito, provenivano dal’isola di Procida. Mentre Rocchetta passò sotto la potestà prima dei D’Aquino, poi dei De Cardines, dei Carocciolo d’Atripalda, dei Del Tufo, ed infine per ricongiungersi definitivamente a Lacedonia sotto la Signoria dei Doria di Melfi nel 1584. A Lacedonia i Pappacoda si erano insediati ai principi del secolo XVI e senza soluzione di continuità vi erano rimasti fino alla metà degli anni ottanta; basta pensare allarivoluzione scoppiata a Lacedonia il 1547 (è l’anno del tentativo di introdurre l’inquisizione spagnola a Napoli!) e che il Colapietra ha definito di “singolare importanza”, proprio contro Carlo Pappacoda, costretto a fuggire a Nusco con il padre Ferrante per sottrarsi alla furia della città. La rivolta che il Colapietra colloca nel quadro generale “della guerra sociale delle campagne” ancor prima del 1585 “ma non definisce seppur parziale l’atmosfera in cui viveva la società lacedoniesi, per quasi tutto il Cinquecento. È apparso…al Villari come l’inizio della rivolta antispagnola”. Conclude ancora il Colapietra, di una rivolta che trova le origini in un preciso atteggiamento antifeudale, altro che la qualifica di buoni principi che ingenuamente il Palmese attribuisce ai Pappacoda. Nel 1586 si venne a creare una situazione disastrosa, con i cambiamenti climatici delle stagioni, le epidemie nocive agli uomini e al bestiame. Nonostante la fragilità delle strutture produttive, e dell’annate insoddisfacenti agrarie.

Venne inviata al Principe Giovanni Andrea Doria, una nota sugli affitti che erano stati rinnovati in anticipo, remunerati in maniera ben superiore a quelli precedenti. Per cui, l’erario di Melfi, Gian Battista Lucatelli, feudo di Leonessa precisava: “Il feudo come si trovava coltivato continuamente non basterà ad aumentare per un prezzo, adeguato al nuovo affitto ducati Otto Centi Venticinque.” E concludeva con una preziosa annotazione: “l’aumento ha causato il prezzo che ha avuto il grano, e che ogni persona ha dato alla cultura. La portata e l’intensità della tempesta congiunturale degli anni 1585-1615, ci darannoun sistema produttivo e le vicende agrarie dei feudi dello stato e principato di Melfi nel’arco di un secolo. Alla fine del 1531 fu da Carlo V dato in signoria ad Andrea Doria, con il titolo di principe i Feudi di Melfi, Candela, Forenza e Lagoposele, ai successo di Del Doria, mediante acquisto si aggiunse Lacedonia (1584), Rocchetta (1609), Avigliano (1612), e San Fele (1613). Si venne a creare una micro-regione, definendola Volturo-Ofantina, un vasto territorio di transizione tra la Puglia e l’Appennino appulo, campano lucano. Regione di transizione tra le zone di grano, e quelle dei pascoli e di boschi, zone di latifondo e delle masserie in cui si produceva prevalentemente per il mercato. E zone mini-fondi, delle terre signorile gestite a colonia perpetua che producevano esclusivamente per l’autoconsumo. Il compasso delle masserie e del territorio di Candela redatto nel 1559, alcuni dati ci aiutano a rilevare la posizione baronale. Quel compasso rilevò 12.362 tomoli impiegati per la produzione cerealicola, 5.217 di terre salde, inserite anche loro nel processo produttivo come terre pascolative. Per cui su un territorio di complessivi 17.759 tomoli, una parte di circa 2.600 tomoli di terre seminative erano libere e pienamente disponibili nelle mani del Principe di Melfi. Ripartite in quattro masserie, (Canestrello, Media, Fontana e Acquabianca) gestite in proprio dai Signori, ma affittate in proprio dai Signori, in un territorio i circa 100 tomoli, un antico posto di dogana ed emporio di cereali, detto Scaricaturo.

Di quelle terre che rappresentavano circa la settima parte del territorio candelese, rilevato dal compasso. Una quota di 1.080 tomoli spettava al clero locale, mentre al’università due difese di circa 3.900 tomoli, destinato al pascolo dei buoi. Tutte le altre terre erano feudali, “appadronate” gestite a colonia perpetua dai vassalli candelesi. Concludendo la distribuzione del patrimonio fondiario si presenta cosi: Feudatario tomoli 2.600, Clero 1.080 tomoli, terre demaniali dell’Università 3.900 tomoli, terre feudali appadronate 9.999 tomoli. A questo mancano le terre feudali di Canestrello, San Giuliano e Tufara, gestite dalla Dogana delle pecore che nel 1959 portavano nelle casse baronali un introito di 162 ducati e dal 1564 avrebbero dato una rendita fissa annua di ducati 191 .2.7. E come se non bastasse, cadevano sotto il controllo feudale, tutte le terre che abbiamo indicate come “appradonate”. Per cui, su queste terre di anno in anno coltivate a cereali, i principi di Melfi avevano il diritto di prelievo sulla produzione di cereali.

Facendo riferimento ai documenti del 1559 sappiamo che i candelesi in quel’anno coltivarono 4.171 tomoli di terre a grano e 912 ad orzo, e che da queste culture al momento del raccolto i signori prelevarono: (3.476 tomoli di grano e 383 di orzo.) E non era finito perché erano di diritto feudale, anche il pascolo della spiga e dell’erba. Tagliate le messi, tutte le ristoppie con la spiga lasciata sui campi dalle falci dei mietitori era di pertinenza signorile, e venivano vendute per pascolo agli stessi vassalli e ai forestieri. Rendita del 1599: ducati 296.3.10. Per l’erba i principi esigevano ogni anno 60 ducati dal’università, sulle difese di Isca e Serra, e 30 ducati dai pastori abruzzesi, che usavano il pascolo del demanio di Monteroccilo. Per cui tutto il territorio candelese, coltivato e incolto, era tributario di rendita per le casse feudale. Restava fuori da questo strapotere economico il dirittogoduto dal clero locale a riscuotere la “decima”. Tale diritto doveva impensierire i produttore non i Principi di Melfi. A Lacedonia la situazione era diversa con qualche novità di qualità interessante rispetto a quelle di Lagopesole e Candela. Comparivano terreni non reddenti al Principe, e di assoluta proprietà di singoli cittadini. Una superficie 1.700 tomoli a luoghi pii ed enti ecclesiastici. Briciole nei confronti dei 21.150 tomoli complessivi del territorio lacedoniese. Di cui, oltre 288 tomoli di terre private, i signori possedevano sei difese: (Chiancarelle, Montevaccaro, Serrone, Origlio, Pauroso e Salaco,) per complessivi 3.866 tomoli, fittate a pascolo ed in parte a coltura. Anche qui i Doria avevano il diritto di prelievo sulla produzione cerealicola delle terre appadronate, e su certe terre dell’Università, compreso “l’Accinto” quando erano messo a cultura. Le pretese erano di cinque grana su ogni vigna e di grana due e mezzo su ogni canneto che ricadeva nel demanio. Ed infine il diritto signorile sul’erba e sulla spiga vigeva anche a Lacedonia.

Al’Università, oltre a “l’Accinto”spettavano quattro difese: (Macchia Focazza per dieci carri, Curci per carrì nove, Mezzana per carrì 12, e Serralonga per carrì dieci.) con superficie di 2.460 tomoli, di cui una parte di (tomoli 1.490) soggetti agli usi delle difese baronali. La confutazione corposa e la fedualità del territorio forenzese, non erano tuttavia le terre private. Pretese prima dai Carocciolo e poi dai Doria, ma erano le terre ecclesiastiche, queste possedevano terre di due parrocchie di S. Nicola e di S. Maria dei Longobardi. In alcune chiese e cappelle, i monasteri locali dei monaci virginiani, i monasteri forestieri di S.Maria di Banzi e di S. Benedetto di Venosa. Questi enti nel Cinquecento erano proprietari di terre di una superficie complessiva e redditizia di cereali ai magazzini signorili, e destinata ad espandersi grazie ai legati pii e donazioni del secolo successivo. Per cui certi amministratori baronali, con amarezza avrebbero di tempo in tempo notificato al principe di turno, la quota maggiore di rendita fondiaria finiva agli ecclesiastici. E così nel 1547 Marcantonio Doria vendette in “perpetuum” al’università i diritti d’uso di tutta la superficie boscosa, sul’erba e la spiga delle terre coltivate, per un censo annuo di 130 ducati.

La situazione di Melfi va complicandosi, ma ci viene in aiuto il compasso del suo territorio eseguito nel 1583, con l’Atto di transizione, rogato in Melfi il 23.10.1547, con ricorso presentato dal Capitolo della Cattedrale. Il Clero protestava contro l’operato della Dogana. A Forenza, Lagopesole e Lacedonia i principi di Melfi esigevano esclusivamente terraggi. A Melfi, esigevano affitti e soltanto in denaro. Mentre a Candela esigevano terraggi, affitti però in natura. Tra la seconda metà del Quattrocento e i primi decenni del Cinquecento, la politica feudale nelle campagne si attestava su due scelte fondamentali: In montagna ridurre a difesa, sottrarre ai vassalli, le terre pascolative e soprattutto i boschive, nei feudi in pianura e di collina ridurre a difesa ed esclusivo dominio le terre coltivate. Le espropriazioni subite dalle comunità di Lacedonia, Candela Melfi e Forenza, di conseguenza di politica baronale, sono documentabili. I Doria ereditarono e mantennero la stessa politica. Ma lasciava al colono ampia facoltà di disporre della terra, quella nelle sue mani era “appadronata” e non era cosa sua propria. Eppure era più semplice possesso. Poteva sfruttarla, darla in eredità, affittarla e perfino venderla, ma chi la ereditava, chi la prendeva in affitto, e chi l’acquistava, rimaneva obbligato a corrispondere il terraggio al signore, una sorta di diritto perpetuo. E non finiva così: Il colono che per tre anni lasciava in colto la terra, e non avesse prodotto reddito al signore, questi potevano privarlo della terra. I rapporti in regime di colonia, a Forenza i Doria, e come anche i Carocciolo, esigevano il terraggo nel misura intera, senza il prelievo commisurato, nel rapporto di uno a uno, della quantità di grano, orzo e legumi seminati. Il prelievo era maggiore, perché i coloni erano tenuti a pagare le cortesie, consegnando il prodotto in misura colma, in modo che la rendita finiva per crescere di un buon dieci per cento.

Ed i trasporti dai terraggi alle aie, ai magazzini baronali erano per intero a spese dell’università. A Lagopesole figurava esattamente la decima parte della produzione. Riscossione e trasporto erano a carico dell’azienda feudale fino al 1591. A Candela l’intera semenza, con misura a colmo fu esatta fino al raccolto del 1556 dell’anno seguente. Poi per una transazione avvenuta tra il principe, l’università e i coloni, la signoria riscosse un sesto in meno sui terraggi di grano e legumi, e un dodicesimo in meno su l’orzo e per di più a misura rasa. A Lacedonia i Doria trovarono la mezza semenza un prelievo più leggero che vigeva già in epoca angioina. Cosi annate buone poniamo rese medie di dieci tomoli di prodotto, per ogni tomolo di seme. Di solito i principi si dovevano accontentare, perché non avrebbero trovato facilmente altre braccia pronte a far produrre la terra sottratta ai coloni non redittizi. Il governatore circa le cortesie annotava: “li massari pagano quasi ogni diece uno, vale a dire da cinque tomoli in giù non si paga niente, dalli cinque in su mezzo, e come passa il sette in su se ne paga uno. Con la distribuzione fondiaria i rapporti di produzione nei feudi, si pose la questione e lo status, di colono o di fittavolo senza alcuna importanza.

A Candela si poteva essere colono, mentre a Melfi, nonostante le terre private la massa degli agricoltori, poteva essere costituita che da fittavoli, mentre a Forenza e Lacedonia, più coloni. Poiché vi erano terre private, erano assieme coloni e coltivatori di terre proprie. Tutti i conduttori di terre erano genericamente indicati come (massari,) e quelli che producevano in gran parte e soprattutto per il mercato erano (massari di campo).

Chi voleva produrre per il mercato, sia che avesse terre proprie, o che tenesse a colonia o ad affitto, finiva per passare attraverso la disponibilità di capitale. Perché oltre alla terra, doveva procurasi i mezzi di produzione, la forza lavoro, dato che per coltivare 20 tomoli di terra era necessario avere almeno due buoi, poi la semente, gli attrezzi e i salariati. Quelli meglio forniti e ben attrezzati si associavano per ampliare e rendere un’agricoltura più efficiente e produttiva, e consentire l’attesa la scelta e il momento migliore per la vendita dei prodotti. E non sempre tutto si poteva programmare perché uno dei punti strutturali più deboli dell’agricoltura, doveva rivelarsi la scarsa disponibilità di liquido da destinare ai salari. Quanto al’aspetto sociale, il compasso di Candela del 1559 e quello di Melfi del 1583 si può dedurre a chiare lettere che l’attività produttiva per il mercato, era affare di pochissime persone. Il Candelese Massenzio Rondone, (professor utriusque iuris,) a metà del Cinquecento, già da molti anni tesoriere e contabile dei Doria, prestava denaro a baroni e università, commerciava in cereali, coltivava vigne, allevava pecore, ed aveva la sua buona (masseria di campo.) Tra il 1541 e il ’53 il Rondone investì in fiscali e in crediti ad università e baroni almeno 5.000 ducati, altri 1.400 ducati investiti in società con altro sulle rendite dell’università di Melfi. Nel 1549, acquistò per 2.000 ducati una (masseria di campo) del principe Marcantonio Doria.

Possedeva diverse migliaia di pecore e tre vigne che gli producevano 80 salme di vino l’anno. (Salme, Unità di misura di capacità per i liquidi). Nel 1533-45 una fase di assestamento sulle strutture produttive, alcune annate carestose tra cui quella del 1539 grano quotavano a Lacedonia di un carlino in più rispetto a Candela e Melfi e di due carlini rispetto a Forenza e Lagoposele, data la vicinanza al’importante dogana di Avellino. Il caso di Lacedonia ci complica i problemi, quel che possiamo constatare è che durante il Cinquecento questo luogo demograficamente non diede segni di buona salute, dal 1532 al 1595 i fuochi non crebbero di 77 unità, poi diminuirono fino a tutta la prima metà del seicento. Il vescovo nella sua Relazione ad limina del 1652, avrebbe rilevato che vi erano soltanto 160 fuochi e 500 anime da comunione concludendo:(Verum nunc adeo diminuta et fere destructa et depopulata conspicitur ac carens multis necessariis pro victu et convictu hominum. Cidonia, Forenza, e Lagopesole nonostante tutto si mantenevano ben, .colse due tristi primati, fece cadere la produzione del grano al punto più basso portandolo a 80 grana il tomolo. La comunità già tassata per 400 fuochi nel 1532 fu ritassata per 405. L’università protestava presso la Sommaria per ottenere il disgravio di un certo numero di fuochi, i contadini si rifiutavano collettivamente di pagare i terraggi ai Doria.

La Sommaria intervenne a riaffermare l’obbligo ai contadini ad essere redditici al’azienda feudale è nel 1535 ridusse i fuochi a 322. Il caso di Lacedonia non ci è possibile rilevare la vicenda agrarie anteriore al 1584, l’anno in cui questo feudi di Principato Ultra fu acquistato dai Doria. Per cui nel ventennio 1591-1610 la cerealicoltura arretrò del 22-23 per cento. E questa recessione a Lacedonia avveniva nonostante le strutture produttive godessero dei vantaggi. Uno, il prelievo della rendita dalla produzione era il più basso che in tutto il principato, pagato generalmente nella misura della mezza semenza. Due, i prezzi del 1585, con prosecuzione negli anni seguenti, fenomeni metereologici e terribili carestie incisero profondamente sulla sorte dei produttori di Melfi, Candela e di tutta la Puglia: imperversando la siccità primaverile ed i venti caldi di giugno, vennero arse le messi non ancora mature, stremati i buoi, rovinati vigneti ed uliveti. Di conseguenza, al’inizio agosto, i risultati dell’annata furono definiti catastrofici. Scrisse il Governatore: “La raccolta è riuscita pessima per tutte le bande. Liprezzi dé grani si trattengono a carlini XII il tomolo”. Da ogni parte giungevano richieste di grano dalle Università dei feudi, ne chiedevano i massari, che proposero il rilascio dei terraggi e degli affitti per un anno, impegnandosi a pagarli al prezzo della prammatica di 11 carlini. Il Governatore comprese che tali richieste non potevano rimanere insoddisfatte. Assillati dal bisogno di aver sementi e dal’obbligo di pagare gli affitti , i massari dello stato di Melfi, ma non soltanto loro, con insistenza, chiesero al Viceré la moratoria, cioè il rinvio di un anno del pagamento dei debiti dell’attività produttiva. Il provvedimento alla fine giunse, ma intempestivo, il 28 ottobre quando molti massari, che non avevano modo potuto tacitare i creditori, avevano già subito dei pignoramenti.

Negli ultimi mesi dell’anno, la situazione nel Principato si presentò molto grave, tale da indurre i Prìncipi a devolvere 1.750 soldi per assistere i bisognosi, usati per comprare grano con la speranza di scongiurare la fame durante l’inverno. Come anticipato, l’avversità del tempo nel 1585 e le carestie conseguenti, incisero per diversi anni sulla sorte dei produttori. Il 1586 non riuscì a far dimenticare i danni dell’anno precedente, senza che ne intervenissero dei nuovi. Si ebbe un autunno piovoso che impedì la semina, un inverno precoce che distrusse un’infinità di pecore. Nel 1587, l’inverno si prolungò con copiose nevi che coprirono le campagne fino oltre marzo, uccidendo 400 buoi da lavoro a Melfi e 300 a Candela. La cattiva sorte continuò a perseguitare gli agricoltori e contemporaneamente infuriò la solita epidemia. Per tanti, la morte fu la liberazione della montagna dei debiti accumulati negli ultimi anni. Ci furono paesi sulle montagne della Basilicata, che non trovando grano, comprarono “vacche per mangiarsele in loco di pane”. Forenza la cui Università chiese subito grano feudale per l’annona, pur se costretta a pagarlo a 26 carlini il tomolo: “in autunno gli abitanti avevano preso a mangiare ghiande cotte nel forno, e le facevano mangiare a muli e cavalli”.

Gli esiti di quegli anni funesti tennero alto il prezzo del grano, un motivo per impedire la semina. Dal 1585 al 1595, la crisi si era così mostrata in tutta la sua complessità, facendo emergere ed aggravando gli antagonismi sociali. Il raccolto del 1592 fu mediocre, il 1595, oltre ad un rigidissimo inverno, vide in giugno i bruchi e la grandine aggredire le messi; il raccolto fu pessimo. Con il 1601, si aprì un altro triennio amaro, una primavera piovosa. Le messi diedero più paglia che grano; inoltre, più acini piccoli sporchi e scuri, non buoni da seminare. Le cattive stagioni imperversarono copiose e quasi sempre eguali e Lacedonia soffrì alquanto, dovendo anche fare i conti con i topi che, numerosi, invasero le campagne. Si presentò la stessa sorte nel 1603, con una triste raccolta, come pure nel 1605, ricordato a cagione del freddo, l’anno più nero di tutti. Nello specifico, non conosciamo cosa accadde negli anni non citati, ma una lettera del Governatore del 26 agosto 1606 illustra bene quali fossero stati i risultati. Egli dovette scrivere al Principe: nei feudi “chi offerisce di lasciar le Masserie et affitti, chi di vendere, o, di dar in pagamento li buoi, et chi d’andar volontariamente in prigione”. Ancora stessa musica nel 1612, con campagne con tanta neve e gli ovini pressoché distrutti. Per salvare i buoi e gli altri animali superstiti, fu necessario nutrirli con il grano; il raccolto finalmente si manifestò buono: sicuramente qualcuno riuscì a scacciare la maledizione! Anche a quei tempi vigevano delle regole ferree. Il dissesto finanziario della capitale Napoli, richiese ai produttori gli stessi obblighi ed oneri, che avevano imposto ed imponevano mercanti e speculatori, con i contratti (alla voce) e col prestito ad interessi. Le moratorie, arrivarono intempestive, come nel 1585, e furono vanificate con la concessione di contro moratorie ad alcuni privilegiati, I Doria, tre volte su cinque (tante furono le moratorie concesse tra il 1585 e il 1591) ottennero contro moratorie. Infine nel 1591, tutti i baroni chiesero espressamente che dalle moratorie fossero escluse le rendite feudali. Altrimenti, non sarebbero stati più in grado di pagare l’adola e il donativo, ossia le contribuzioni fiscali, per cui soltanto alla moratoria del disastrato 1606 e quella del 1611 non furono concesse deroghe. Negli anni seguenti, via via nelle campagna la depressione aumentava ed i provvedimenti governativi divennero sempre più numerosi.

Causa i disastrosi raccolti, le richieste levatesi da tutte le parti del regno, spinsero il Viceré a concedere ai massari la moratoria per un anno: nella capitale, Napoli, già nel mese di agosto, il grano costava fino a due ducati il tomolo. Speranzoso di indurre alla semina un gran numero di persone, estese il provvedimento, per alcuni mesi, ad ogni sorta di debitore che avesse deciso di seminare. Tutto sembrava che funzionasse, se non che, l’intervento estemporaneo e privo di concretezza, andava a rendere più intricati i rapporti tra creditori e debitori, poiché – osservò giustamente il governatore di Melfi “molti che non lo sono mai stati si fanno Massari, e con seminar mezzo tomolo di grano basta per non pagare suoi debiti”. Ai tempi della semina e per farla iniziare, fu presa qualche iniziativa concreta. Giungeva a Melfi il reggente Collaterale Ferrante Fornaro con 9.000 ducati della città di Napoli ad offrire ai massari al 9 carlini, e per favorire la semina, sequestrò grano agli incettatori e lo distribuì ai massari.

Al duca di Torremaggiore, che era il più grosso massaro di Puglia, ne tolse la bella cifra di 1.500 carri. E grandi quantità perfino ai cardinali Gaetano, Gesualdo e Altemps, beneficiari rispettivamente del feudo ecclesiastico di Torre Alemanna, della mensa arcivescovile di Conza e della badia di S. Michele del Vulture. Tutto sembrava decisamente funzionare. La stretta sorveglianza delle autorità riuscì in generale, durante l’inverno dell’89 a contenere il prezzo del grano fra i 13 e 14 carlini, anche se qualcuno come il governatore di Melfi, realizzò anche 16 carlini. Ma le sorprese di tutte queste benevolenze non tardarono a manifestarsi. Con l’inizio della mietitura, vennero due bandi del Fornaro. Con il primo, il reggente intenzionato a colpire la speculazione, vietò a chiunque avesse venduto grano a credito di pretendere più di 10 carlini a tomolo, consentendo soltanto una maggiorazione del 10%, come interesse sul valore del capitale. Mercanti, speculatori e baroni protestarono vivamente presso le autorità ritenendo discriminante verso coloro che avevano venduto a credito, perché non toccava chi, a prezzi superiori ai 10 carlini, avesse venduto a contanti. Con il secondo bando, il 16 giugno dell’89, il reggente ordinò ai massari, che avevano ricevuto da lui denaro della città di Napoli, di non vendere un solo acino di grano, se prima non avessero pagato il debito. Per fare rispettare il bando, inviò subito nelle campagne “quantità senza numero de Commissari …et altri guardiani alle spese di quelli massari”, dei quali si poteva temere che non pagassero. Il bando, attribuiva alla città di Napoli il diritto di riscuotere prima di ogni altro creditore: ci fu il blocco immediato del mercato cerealicolo e l’annullamento di ogni possibilità di trovare denaro a credito per cominciare o continuare la mietitura. Chi si voleva liberare da questa morsa dovette correre il rischio di vendere di contrabbando. Ma non si poteva aspettare o scegliere l’idea migliore, le messi erano pronte per le falci e i lavori procedevano a rilento. Finalmente per sbloccare una situazione così paradossale e che non avrebbe fatto altro che nuocere a chi avesse fatto credito, il Fornaro consentì ai massari di prendere denaro “alla voce”, promettendo ai creditori che nel riscuotere avrebbero avuto la precedenza anche rispetto a Napoli.

Il buon senso prevalse troppo tardi, le piogge avevano cominciato a battere con insistenza nelle campagne e il grano bagnato non trovò acquirenti. A Candela, in agosto, compravano al prezzo “alla voce” che era di 6 carlini al tomolo. Marino Caracciolo era Principe di Avellino e duca di Atripalda, due feudi importanti come mercati. Il governatore Centurione seppe che ai primi di settembre, alla fiera di Atella, dove in passato si trattavano merci ed animali per 100 mila ducati, vi furono fatti scambi appena per la decima parte. Eppure massari erano obbligati a pagare i debiti dell’anno prima e quelli dell’anno corrente. Moratoria non ce ne fu e i debitori insolventi finirono o nelle carceri della Dogana o in quelli baronali. Certe mosse parvero studiate alla perfezione. Scrisse il Governatore, “In Candela ci sono molti carcerati li quali dicono, et è così che ce li posso tener quanto voglio che essi denari non ne hanno”.

I progetti certe intenzioni, che certamente non erano soltanto suoi, vennero a svanire, perché il 9 settembre, il Centurione, in una lettera molto interessante, fugava ogni dubbio, per cui, lui stesso dovette ribadire concetti ed opinioni che aveva già espresso nei mesi precedenti e che sicuramente non erano soltanto suoi, affermando: “tutti i massari li vedo confusi e persi che non sanno dove dar del capo, perché non trovano denari nè de grani, nè de bestiami. Il loro esprimersi e il da farsi non è più creduto e rovinano il Regno. Prima che cadevano in disgrazia e nella sfortuna, ogn’uno da Napoli huomini e donne mandavano li lori denari in Puglia per compra de grani e per darli alla voce, hora ognuno si è ritirato perché non vogliono sottomettere li suoi denari a Moratorie. Levata questa comodità, questo traffico, e questo credito, per forza bisogna che ogni cosa vada a terra. La città di Napoli si prestava a soccorrere come negli anni passati, ma era diventato un vizio di forma, poiché li Comissari, li guardiani e li essatori che sono stati tanti e più delle stelle, hanno rovinato il mondo, con mille estorsioni et impedimenti che hanno fatto. Ma se pensano che la forza far ogni cosa, dubito che non li riuscirà, se ben a loro mi rimetto poiché vedono più da lontano di quello che faccio io”. A nulla servirono queste belle parole e nonostante la chiara comprensione della realtà e la caparbietà di persuadere il Principe che bisognava usar cautela nel’esazione delle rendite, per non spingere i massari ad indebitarsi fino al collo. Pressato dalle continue richieste di denaro che gli giungevano da Genova, il Governatore dovette far la sua parte, sequestrando bestiame e grano e carcerando ancora i debitori. I vassalli misero le mani sul denaro contante per la nuova semina, avuto dalla città di Napoli. Per quanto le condizione oggettive lo sconsigliassero, i mezzi usati contro i massari morosi divennero davvero implacabili.

Durante l’inverno del ’90, neppure i prezzi bassi riuscirono ad attivare il mercato del grano, che quotava 7 carlini a Lacedonia, 6 a Candela e meno di cinque a Forenza e Lagopesole. Per cui, i debitori insolventi, arrestati in settembre, erano stati messi in libertà per la semina, (per una vacanza forzata non pagata.) e poi ricacciati nelle carceri. Terribile fu lo scenario che si presentò al Governatore a Candela nel febbraio 1959, con le carceri baronali stipate di uomini in preda alla follia. Tale scena lo indusse a prendere una decisione e scrivere una lettera al Principe, che continuava a chiedere denaro e ad imporre durezza contro i vassalli: “L’altro giorno, in Candela passando per le carceri ci trovai su la porta quattro scodelle di sangue de carcerati che si erano fatti sagnare (= salassare) ed ebbi dei dubbi che fosse cosa fatta a posta, ma mi certificai che era così, e non per altro salvo perché non capivo tanta gente. Ne hebbi tal compassione che se fussero stati debitori miei li avrei liberati e con tutto questo ci ne lasciai la maggior parte”. Da quella severa constatazione e dalle cattive notizie proveniente da tutte le Province del regno e dagli altri Stati italiani circa il risultato del raccolto, Napoli pretese solo grano dai massari ai quali aveva dato denaro in prestito. Mancava la fiducia e le campagne furono ancora una volta prese d’assalto dai commissari governativi e furono messi alle aie i soliti guardiani, creature corruttibili, che consentirono di mal vendere il prodotto. Napoli reclama grano, come pure tutte le annone locali; ne chiesero a gara al Governatore di Melfi le Università del Principato. Pur non avendo il denaro per pagarlo, la paura della fame era grande ed avanzava ovunque.

A Candela un gruppo di produttori aveva rinunciato alla mietitura di 300 tomoli di messi rovinate. Rinuncia che tentarono di fare i coloni di Lacedonia, quando già era troppo tardi. I fittavoli di Leonessa che in precedenza si erano impegnati a saldare i debiti con l’amministrazione feudale, cedendo i prodotti del raccolto imminente, si precipitarono dal Governatore per rescindere il contratto rinnovato in anticipo, dichiarandosi disposti a rinunciare ai “benifici”delle arature già fatte. Ma Il Governatore rifiutò seccamente, il contratto li obbligava ancora per diversi anni. In autunno il grano dell’anno prima che non si era potuto vendere a 7 carlini, a Candela si vendeva a 15 a 16, benché le regole ne avesse fissato il prezzo. Nonostante tutto quel’accaduto e senza mettere in conto cosa sarebbe successo, il governatore, con l’aiuto delle contro moratorie, riesce a racimolare buona parte del denaro arrivato da Napoli per la semina, poté annunciare al principe di aver portato quasi in porto l’esazione delle rendite e di aver introitato 40.000 ducati. Tutto questo aveva subito un costo grave: la semina fu ridotta drasticamente. Nel principato le terre feudali a coltura diminuirono di ben 2.700 tomoli, rispetto al’anno precedente. Un tonfo così evidente lasciava perplessi un po’ tutti. A chi addossare le responsabilità? Cominciava così ad evidenziarsi una sorta di sciopero non dichiarato. Le conseguenza la mostrò bene il raccolto del 1591: la produzione cadde a picco dovunque, nonostante la decisione e la messa a cultura di 400 carri di terre doganali, che riuscirono a ingolosire i massari e si andò incontro ad un altro anno di miseria con prezzi e quote mai raggiunte. Piovvero senza dubbio prammatiche e condizioni: in Puglia fu vietata qualsiasi vendita, in Basilicata ai venditori fu fatto obbligo di rilasciare dichiarazioni scritte ai (vaticoli) ai quali vendevano grano, con l’intenzione di tagliar fuori dalla speculazione gli ecclesiastici.

Con la prammatica il prezzo del grano fu fissato a 15 carlini il tomolo, a 6 quello dell’orzo. Ma per far venire fuori il grano non (rilevato) dai produttori e dagli incettatori ne furono promessi 25 a tomolo. Supponiamo che queste furbizie e certi comportamenti indussero a liberalizzare il mercato di Napoli, e furono liberalizzati i mercati di Salerno, Avellino e Grottaminarda. Caduta a picco l’economia, liberalizzati alcuni mercati del grano, si dettarono nuove condizioni e nuove leggi, per cui, le regole si dettarono da sole. Nei feudi Doria, da varie consultazioni fra principe e governatore si giunse in condizione di dar grano ai vassalli per la semina, ma soltanto a chi lo poteva pagare all’alto prezzo di 20 carlini al tomolo per il grano e 10 per l’orzo a Forenza, 21 carlini per il grano a Lagopesole. A Candela benché fossero decisi a pagarlo al prezzo della prammatica, alle rimostranze del governatore, i vassalli rinunciarono alla protezione del commissario regio e offrirono 20 carlini. Era una continua altalena ed i prezzi salivano alle stelle, per fornire le proprie annone le università dei feudi pagarono il grano feudale da 26 fino a 30 carlini il tomolo. In tale situazione di mercato, emergeva il fenomeno dell’abbandono del’attività produttiva. Per cui lo stesso governatore intervenne più volte sul’argomento e nel’agosto del’91 lo definì con questi dettagli:

“Quando sono venuto in regno – scrisse – una massaria havea dieci massari, et una difesa dieci afittatori, et hora un massaro ha diece masserie; e si di vantaggio la Corte Regia darà li quatroni delle terre salde delle pecore questo anno a cultura si dice per cosa certa che fara, tutti li massari si ritireranno ad esse, e lasseranno le masserie ordinarie.” Ed effettivamente quando nel gennaio 1592, per scongiurare il peggio e per vincere la concorrenza baronale, il governo decise di immettere nella produzione mille carri di terre salde. A Candela si verificò un movimento di massa, quasi uno sciopero annunciato, per cui tutti i coloni decisero di abbandonare la coltura delle terre feudali. Un fenomeno originato dal fatto che le terre salde, essendo redditizie e potevano costituire il mezzo estremo per tirarsi fuori dalle difficoltà, era altro un atto di rivolta collettiva contro il potere feudale e il suo forte fiscalismo. Un progetto studiato nei minimi particolari dal governatore, che mediante l’efficace arma della giurisdizione, ricattò i coloni minacciando la confisca delle terre feudali che avrebbe consegnato ad altri. Con il consenso della Sommaria cominciò a vietare l’uso delle mezzane dell’università a quanti coltivavano terre della Dogana, facendo rientrare subito la ragione della rivolta, dimostrando ancora una volta che al’interno del feudo, potere economico e potere giurisdizionale fossero reciprocamente funzionali. L’esperienza vissuta ed i mali che affliggevano quelle terre, non trasse alcun vantaggio tra i contadini, tuttavia teatro delle tragedie era sempre Candela, quando in primavera i lavori nei campi restarono fermi, per la mancanza di cibo da dare ai salariati.

E dove era il raccolto nelle aie si ritrovarono presidiate dai commissari e governatori. Con il solito tira e molla, la vinsero i coltivatori con un rifiuto totale ad accettare i denari, anche se gli stessi avevano la garanzia della città di Napoli. La musica era sempre la stessa anche nel 1595, quando coloni e fittavoli arrivarono a rifiutare il denaro e perfino il grano offerto “alla voce”, perché ai tempi del raccolto accanto ai guardiani dell’annona napoletana sulle aie bivaccavano le guardie feudali. Tra fine ‘500 e inizio 1603, il governatore fece sapere d’aver speso 2.879 ducati per dar buoi a coloni di Candela e Lacedonia e 1.217 per darne a quelli di Lagopesole e Forenza. Si trattò degli unici interventi davvero consistenti in tal senso. L’azienda feudale concedeva grano a “rinnovare” tutte le volte che temeva che il prodotto conservato corresse pericolo di guastarsi. Quindi dava grano vecchio per riceverne del nuovo. Un’ennesima carestia quella del 1606, peggiorò la situazione nei feudi dei Doria. Alla congiuntura climatica negativa, non ancora del tutto risolta, si sovrappose il blocco totale del mercato, con una improvvisa caduta dei prezzi. Nel’autunno di quel’anno le comunità contadine, i massari, seminarono più di quanto avrebbero potuto, pagando il seme da 25 a 30 carlini a tomolo, proprio per scongiurare un’altra carestia. A nulla servirono i sacrifici e le prevenzioni adottate, era stata una semina fatta esponendosi alla sottoalimentazione. Per cui, il lungo inverno che sopravvenne, fu tempo di fame e malattie.

Nella sola Melfi, 1.680 famiglie, due terzi della popolazione, vennero iscritti nel libro delle elemosine e, come se non bastasse, la cittadina dovette sostenere anche quattro compagnie di soldati spagnoli. La solita farsa o sceneggiata era sempre in agguato, il raccolto arrivò precoce e buono. I produttori si affannarono a cercar mercanti, ma stavolta i prezzi crollarono di colpo, causa di una eccessiva abbondanza dei raccolti. Ed ancora una volta coloni e massari si trovarono impreparati, anche se in quei tempi così marcati dalla carestia, fu la prima volta che le campagne subirono un contraccolpo. I produttori avevano seminato e mangiato grano pagato a 25 e a 30 carlini e non trovarono che a vendere piccolissime partite a 13 e a 14 carlini il tomolo. Lo stesso fenomeno si ripropose nel 1608, poiché in luglio giunse una prammatica a proibire ogni vendita di frumento non destinato il fabbisogno alimentare dell’acquirente. Il mercato rimase congelato per un anno intero. E la prammatica valse quasi una moratoria, poiché non consentiva ai creditori di esigere grano dai loro debitori. Ma poi il modo per aggirare la prammatica fu trovato, fu ammesso che i creditori potessero esigere grano per via giudiziaria. Vi fu un terremoto, oltre ai danni anche la beffa. Se ne avvantaggiarono immediatamente i baroni, che poterono istruire i processi nei loro tribunali. Così l’azienda di Melfi, celebrò i processi e si aggiudicò a 9 carlini il grano dei debitori di Melfi, Lacedonia e Candela, a 8 e a 6 carlini quello dei debitori di Forenza e Lagopesole. La protesta dei massari fu grande, ma non poterono fare nulla, tranne che prendere mira e massacrare di botte nella notte diverse persone legate al’amministrazione feudale. Nel 1609, i prezzi ritornarono sui valori anteriori al 1585, 6,7,8 al massimo 10 carlini al tommolo. Ma ormai, neppure le terre salde richiamavano i massari. Nel 1611, il duca di Vietri, divenuto Commissario della Dogana, tentò di invogliare i massari nelle terre salde, riducendo il canone a 50 ducati a carro con l’interesse dell’8%, ma trovò pochi concorrenti. Tentarono lo stesso giochetto nel 1615 con poco successo, le autorità pensarono addirittura a voler concedere “tratte” per l’esportazione di un terzo del prodotto a quanti avessero coltivato terre doganali, ma fu tutto inutile.

Le fregature furono tante che si pensò ad un detto: “Mai più, mai più, mi hai truffato fino adesso, ma non me lo fai più!”. E pare che certe tendenze e dure proteste dessero i lori frutti. Per cui, la stessa azienda Doria, dovette sperimentare sulla propria pelle diverse vicende, diversi grani proveniente dagli affitti e dai terraggi ed in parte sequestrato ai debitori, si ammassò nei magazzini feudali senza poter essere venduto. (Come recita un proverbio: “Chi di spada ferisce, di spada perisce!”.) Lo constatiamo nel 1612, quando tutto è compromesso e va in declino ogni cosa, ogni progetto, per cui Giovanna Colonna, vedova del principe di Melfi, chiese ripetutamente al viceré conte Lemos, di consentirle l’esportazione di almeno 30.000 tomoli di grano, ma si senti rispondere che il raccolto non era stato tanto fertile e che una manovra del genere non poteva essere concessa. Fino al 1615 e parte del 1616, la principessa di Melfi domandò tratte in cambio della rendita di patronorato del regno che aspettava ai Doria e che lo Stato da diversi anni non riusciva a pagare.

Quando finalmente la ottenne e cercò di piazzare il grano sul mercato di Venezia e di Genova, dovette constatare che la produzione di Melfi non poteva più competere con il grano disponibile sui mercati. La crisi era più presente e il cerchio andava sempre di più a chiudersi da ogni parte sul’economia dei feudi Doria. Nel 1618, ben 39 Melfitani vennero precettati dal governatore ed obbligati a sottoscrivere l’affitto. Se confrontiamo il senso di G. B. Lucatelli, e le azioni del governatore Massa, possiamo dedurre quanto accaduto e successo in trent’anni. Produrre grano non era più conveniente, ma sempre più rischioso. Prima che fosse passato un secolo, il ciclo della cerealicoltura melfitana era bello che finito. Leonessa tolta alla pastorizia al’inizio degli anni Quaranta del Cinquecento, concessa al’agricoltura ritornava alla pastorizia. E la riconversione della rendita era imposta dagli stessi massari che la crisi aveva immiseriti. Lo stesso destino non risparmiò le masserie di Candela, che dal 1628 in poi rimasero affittate per circa un trentennio col canone di 1548 tomoli di grano l’anno e furono gestite da una “società di campo” fatta da uomini strettamente legati al’amministrazione feudale, in cui i principi di Melfi accettarono di avere una quota di partecipazione. La crisi e le cattive stagioni, imponevano scelte che tenessero conto della situazione reale: per cui l’amministrazione feudale dovette consentire ai coloni di vivere e produrre quasi in una situazione debitoria permanente. L’idea era: che fosse meglio avere un vassallo indebitato, che averne uno morto senza debiti. L’indebitamento li aveva travolti in ogni senso, perdettero le aziende e poi anche i titoli di credito che negli anni buoni erano riusciti ad acquistare. Titoli di credito che finirono nelle mani dei feudatari e nelle mani dei speculatori stranieri stabiliti nel regno.

Possiamo concludere ricordando i fatti salienti della storia di uno dei più grossi massari di Melfi, perché la storia di quel’uomo rimase come un fatto esemplare nel ricordo dei suoi concittadini. Prospero dell’Aquila, questo era il suo nome, giunse a Melfi al’inizio del 1601 come affittuario dei beni e delle rendite del cardinale Gesualdo. La sua presenza destò non poco timore al’amministrazione feudale. Nel 1605, risultava amministrazione dei Doria, come erario di Melfi. Tale ufficio fu al’origine di enormi debiti per lui (5.000 ducati). Subì il sequestro del grano e delle sue masserie, ma riuscì con molta astuzia e con qualche aiuto a continuare l’attività di massaro. Cominciò a soddisfare parte dei suoi debiti. Una sua masseria, si andava convertendo in masseria di pecore. Nel 1624, diciotto anni dopo dal’inizio della sua sfortuna, una lettera del governatore di Melfi del tempo ce lo ritrae in viaggio per Napoli, dove andava a vendere le poche argenterie che gli erano rimaste in casa. Napoli divorava le ultime reliquie di quella che un giorno era stata la ricchezza accumulata da un uomo tramite la pratica e le strategie dell’agricoltura. Non è soltanto la storia di un massaro che voleva onorare fine in fondo i suoi debiti, ma la storia e le vicissitudini di una società e di un’economia condannata dalla fine del Cinquecento al’arretratezza e alla depressione.

Una ricerca al’indietro di secoli, dove le genti di “Lacidogna” e “Roccette” intrecciarono parte della loro storia. Di Rocchetta S. Antonio nel Cinquecento non si sa molto per carenza di fonti. Qualcosa si ricava da un documento spagnolo, del tempo successivo a quello in cui, per volere dell’imperatore Carlo V, Francesco de Rupt (Monsieur de Bauri) subentrò nel possesso dei feudi a Ladislao d’Aquino. La terra di Rocchetta, in demanio dal 1564, fu venduta al Caracciolo per il prezzo di 45631 ducati, con atti rogati dai notai napoletani Marco Andrea Scoppa e Tommaso Agnello. Nel’organizzazione amministrativa e giurisdizionale la terra di Rocchetta dipende dalla R. Udienza di Montefusco, al’epoca capoluogo di Principato Ultra, in quella ecclesiastica dalla diocesi di Lacedonia, città dalla quale dista poche miglia, sino al principio del secolo, ha avuto in comune le vicende feudali. Comprando Rocchetta, Marino Caracciolo acquisiva l’intero demanio feudale e vari diritti fiscali e giurisdizionali. Formavano questo demanio alcuni corpi territoriali aperti (Serralonga e Serramezzana) ed alcune difese (Montalvaro o Montalbano, Difesa grande e Buglia), su cui i Rocchettani vantavano ab immemorabili tempore diritti di usi civici. I vari fondidemaniali possono desumersi da una relazione del notaio Vincenzo Dell’Abate, presentata nel 1810 a Vito Montieri, facente divisore dei demani comunali. Nel solo Cinquecento difatti, prima del duca di Atripalda, è stata già possesso di diversi feudatari, i menzionati d’Aquino (1501-1528) e de Rupt (1532-1540) e i de Cardines (Francina Villaut e la figlia Caterina, 1541-1563). Stando alla numerazione del 1561, è abitata da 271 fuochi (circa 1000 persone), che divengono 324 in quella del 1595, ed alcuni di essi sono Albanesi. A Candela, sino al raccolto del 1556, dal principe Doria venne esatta l’intera semenza, con misura a colmo. Il demanio Serralonga e Serramezzana, confinante con i territori di Lacedonia, con terreni privati e con la Mezzana dell’università, aveva un’estensione di moggi 1072 circa. I cittadini vi potevano erbare, acquare e pernottare.

Vi potevano altresì seminare grano, orzo, avena, fave, ma in questo caso erano tenuti a corrispondere al barone il terraggio nella misura della mezza semenza, “mezzo tomolo del genere seminato per ogni tomolo di terreno seminato”. Confermando l’antica consuetudine, le capitolazioni del 1577 stabilirono che i terreni seminati venissero solamente apprezzati – il sistema dell’apprezzo era più vantaggioso per il colono – e non misurati o, come si diceva, compassati. Dal’obbligo della corresponsione del terraggio rimanevano esenti coloro che seminavano piante primaverili o semi marzotici (ceci, cicerchie e altri legumi). Coloro che entro maggio, prevedevano un cattivo raccolto, per evitare ulteriori spese, facevano rinuncia presso l’erario del duca al terreno seminato, il cui frutto allora spettava al duca stesso. I “privilegi” concessi dal Caracciolo conserveranno la loro validità nel rapporto feudale che successivamente la terra di Rocchetta avrà con la breve signoria di Innico del Tufo (1603-1608) e con il secolare dominio della famiglia. Dell’Abate, scrivendone 1808 alla Commissione feudale, traeva argomento per sostenere che un tempo tutti e tre i fondi erano appartenuti al’università e che poi l’ex barone aveva usurpato i primi due.

Dopo l’abolizione della feudalità, la Commissione feudale, decidendo sugli ultimi “capi di gravezze” presentati da Rocchetta contro l’ex barone, il 22 marzo 1810, dichiarò difese secondo lo stato dell’attuale possesso Montalvaro, Difesa Grande e Buglia e dichiarò invece Serralonga un demanio aperto, soggetto ai pieni usi civici. Il 21 giugno dello stesso anno il consigliere di Stato Paolo Giampaolo, commissario del re per la divisione dei demani dei due Principati, stabilì che il demanio di Serralonga e Serramezzana restasse di proprietà assoluta del comune, e le difese Montalvaro, Difesa Grande e Buglia di proprietà assoluta dell’ex barone. Contro l’ordinanza di Giampaolo nel 1817, il comune presentò ricorso al Consiglio d’Intendenza del Principato Ultra, dando inizio ad un’annosa vertenza, conclusasi sfavorevolmente per Rocchetta. In quel tempo Rocchetta, già solo per fronteggiare i pagamenti fiscali, era costretta a chiedere al magnifico Ascanio Palumbo un prestito di 600 ducati all’8% ed il 10 febbraio 1577 aveva inviato a Napoli un’istanza per ottenere la necessaria autorizzazíone.

Andando indietro nella storia, con la mia ricerca, mi sono soffermato sulla crisi agraria descritto da Silvio Zotta.

Stessi argomenti ma molto dettagliati li troviamo nella Capitolazione della terra di Rocchetta S. Antonio, di Pasquale di Cicco.

Alcuni cenni sono trattati da Giovanni G. Libertazzi (La Diocesi di Lacedonia nel’Età moderna).
La mia ricerca su Lacedonia continua per scoprire le origine di un popolo alla ricerca delle sue origini.