Autore: Michele Bortone
L’ASSOCIAZIONE LACEDONIESI E CAMPANI NEL MONDO ONORA LA MEMORIA DELL’AVV. ANTONIO PANDISCIA.
di Michele Bortone
Antonio Pandiscia (1937 – 2011), aveva 74 anni, avvocato ordine giornalisti e publicista, originario di Lacedonia (Avellino), noto per essere stato il primo biografo di Padre Pio. Per 20 anni, dal 1986 ha condotto la rubrica legale “L’ago della bilancia”nella trasmissione “I fatti vostri”. ha conquistato nel giornalismo pubblicistico italiano mezzo secolo di rilevante notorietà. ha scritto diversi libri, tra cui: “UN CONTADINO CERCA DIO” e “IL MIO PADRE PIO”, “IL POTERE DELLE PAROLE”. Un grande amico del Gargano lo chiamavano Tonino, un volto accento e frettoloso, con inflessione dialettale abbastanza sottolineata.
Spesso provocato con la solita domanda, e con la sua pronta risposta: “ Il giornalista è il destinatario del suo lavoro”, “il fruitore del suo messaggio” é il lettore. Tonino aveva buon gusto, un personaggio fine, e alla fine di ogni lavoro, annunciava: le olive e le cipolline venivano da Carpino, il pesce da Manfredonia, i capperi da Peschici, i finocchi da Lesina, le arance da Vico, i limoni da Rodi, il pane da Monte Sant’angelo, le mozarelle che avevano allietati i risvegli infantili, da Sannicandro. La professionalita di Tonino Pandiscia é come la Gallia di Giulio Cesare”omnis divisa in partes tres”: il giornalista, l’avvocato risolse le più intricate vertenze tra giornalisti ed editore, l’aedo di Padre Pio e della “Montagna Sacra”. Conoscenze, relazioni, esperienze: i suoi tanti “servizi” sul Santo di Pietrelcina, trasmessi in tutto il mondo. A tutto oggi che sto scrivendo ne parlo con mia madre, del nostro concittadino Pandiscia, mi riferisce che alcuni giorni della sua infanzia, li ha trascorsi dall’Avvocato per le piccole commissione. Manca ai Lacedoniesi, i suoi interventi, i: “fatti vostri” il suo accento e frettoloso e dialettale abbastanza sottolineato.
LA’ OLTRE L’OFANTO E IL CALAGGIO E NELLA VALLE UFITA, CI SONO LE ORIGINI LACEDONIESE

di Michele Bortone
Il Regio Tratturo Pescasseroli-Candela.
Da tempo immemorabile fonte economica legata alla transumanza delle greggi dall’Abruzzo alla piana pugliese, nasce sul confine fra Gioia (AQ) e Pescasseroli (AQ) alle sorgenti del fiume Sangro in Località Campo Mizz attraversando l’Abruzzo, il Molise, la Campania e la Puglia, termina il suo percorso al Pozzo di S. Mercurio a Candela (FG). Lungo 114 miglia e 636 passi, per una larghezza originaria di 111,60 metri, nel territorio della Comunità Montana della Valle dell’Ufita tocca i comuni di Casalbore, Montecalvo Irpino, Ariano Irpino, Villanova del Battista e Zungoli. In prossimità del Ponte di S. Spirito, nella valle del fiume Miscano, il Regio Tratturo è ricalcato per un tratto dalla via Traiana.
Nei secoli fu un percorso di grande viabilità per i Sanniti, i Romani, i Longobardi e gli Aragonesi, una strada di un’intensa attività economica abitativa ininterrotta. Un percorso rimasto invariato del tracciato moderno e della statale 17 del basso Molise. II primo paese che ha dato vita a numerosi valori usi e costumi e che sia sorto nei pressi del Pescasseroli-Candela è la città di Isernia. Radici storiche precedono anche i Petri come attesta l’insediamento in località La Pineta. Il percorso del tratturo è stato coperto dalla statale 17 per cui non si più godere, dell’effetto visivo del percorso originario dei popoli di pastori in cammino che man mano crearono nuovi centri di attività economiche. Lungo il Regio Tratturo il passaggio di numerosissimi armenti ha fatto sì che si sviluppassero villaggi durante il periodo preistorico e, durante l’impero romano e per tutto il medioevo, tutta una serie di servizi pubblici quali taverne, fontane, pozzi, officine varie e luoghi di culto prima pagani e poi cristiani. Servizi, questi, necessari al ristoro del corpo e dello spirito. Grande è l’importanza storica e archeologica di questa grande via di comunicazione, di scambio e di vendita di prodotti caseari e della lana, soprannominata anche: “la via della lana”. Eppure la, in quella valle dell’Ofanto in punti diversi, sia provenendo dalla valle dell’Ufita, che quella della Fiumarella e del Calaggio, i lacedoniesi stanno cercando delle testimonianza per dare una verità alla storia e alla provenienza delle proprie radici per i cittadini del comune irpino quindi. Particolarmente centrali nella trattazione sono le guerre sannitiche che muovono dalla descrizione del noto evento bellico fornita da “Livio”, seppur non del tutto precisa ed esaustiva. Queste le collocazioni temporali degli eventi.
“Prima guerra sannitica – 343 a.C.; Seconda guerra sannitica – tra il 326 e il 304 a.C; Terza guerra sannitica – tra il 298 e il 290 a.C.”. E proprio quest’ultimo atto, precisamente durante l’anno 461 (293 A.C.) con la famosa “guerra Lintea”, ha visto protagonista Lacedonia.
Quarantamila uomini si concentrano ad Aquilonia (Lacedogna). Qui, in un recinto di legno coperto di tela, il sacerdote Ovio Paccio, compie il sacrificio secondo “antico rito sannitico” chiamando le divinità a difesa della patria e della stirpe contro l’invasore. Roma, che allestisce due poderosi eserciti. Li comandano Spurio Carvilio e Lucio Papirio Cursore, il figlio del vincitore di Longula. E così la battaglia ha il suo tragico epilogo. La disfatta dei difensori del Sannio è irreparabile.
Trentamila uomini giacciono sul campo e altre migliaia fatti prigionieri. Aquilonia e Cominio vengono prima saccheggiate e poi bruciate. Nello stesso giorno le due città sono ridotte in cenere. Alla fine della terza guerra sannitica sono sotto il dominio romano il Lazio, il Sannio, l’Etruria, l’Umbria, la Sabina e la Campania. La storia si commenta da sola a Lacedonia, come testimoniano diverse lapidi e scritti in lingua osca, tutti reperti di epoca sannita conservati al Museo Diocesano. La valle del Calaggio non a caso è zona archeologica dalla quale, probabilmente, un’accurata ricerca potrà fornire ulteriori nuovi dettagli verso la verità storica.
SCEMPIO DEL TERRITORIO IN NOME DELL’AMBIENTE NON RICONOSCO PIÙ IL MIO PAESE, LIBERIAMO IL VENTO DALLE TORRI EOLICHE

Foto :sopra le prime pale eoliche, (torri in acciaio installate sulle colline… (le serre)

Foto: quel che resta di una civiltà contadina, contrada denominato il prete… ( qui si organizzava un’aia con tanti pignoni di grano… in attesa della trebbiatura. Sullo sfondo sui monti Origlio e Pauroso… ((le pale eoliche.)
di Michele Bortone
Sicuramente sono più agguerriti di Don Chisciotte, “mostri d’acciaio e selvaggi torri eoliche che ricoprono i crinali dei territori Irpini hanno perso il fascino ed altri che rischiano di subire il più grave attentato paesaggistico di tutti i tempi. Quale destino avranno le crine dei monti dell’Irpinia e altri dorsali.Fra qualche anno le nostre colline non saranno più caratteristiche dal verde dei boschi o dei pascoli, ma dal bianco di tante pale gigantesche, ben più grandi di quelle attuali, insediate indiscriminatamente ovunque. I progetti che vanno delineandosi non tengono in nessun conto i principi di conservazione acquisiti negli ultimi decenni nel nostro Paese e in Europa, ci sono delle regole ben precise scritte nero su bianco, ed è: legge quadro sulle aree protette n.394 del 1991 legge Galasso su vincoli e piani paesistici, convertita nel D.L. 490 del 1999 della cosiddetta legge regionale in materia. E come se non bastasse c’è una rilevanza europea di convenzione internazionale e di norma comunitaria la Direttiva 92/43 CEE, che ci impone preservare e tutelare la conservazione degli habitat naturali e semminaturali, della flora e fauna selvatica, recepita in Italia con il D.P.R. dell’8 settembre 1997 n.357 e la Direttiva 79/409 CEE, contenuto la conservazione e la protezione degli uccelli selvatici, recepita in Italia con la legge sulla caccia n.157 del 1992.
Tutte queste direttive fanno parte di una rete continentale di aree protette denominata “Natura 2000” e non sono altri che siti e luoghi individuati ed elencati nel Decreto del Ministro dell’Ambiente del 3 aprile 2000, a suo tempo individuati dalle Regioni sulle base di studi naturalistici condotti, ed oggi avviene il paradosso delle Amministrazioni pubbliche che si apprestano a distruggere i beni naturalistici proprio da loro inventariato.
Il basamento per sostenere una torre eolica può arrivare ad una profondità di 12-20 metri (40 per le torri alte 125 m) e causano una gravissima perdita di stabilità e l’aggravarsi del dissesto idrogeologico. Al di là di tutto questo perché! “Non teniamo conto di un minimo di programmazione degli interventi sul territorio, e non ci preoccupiamo degli squilibri che arrechiamo alle bellezze ambientali in gioco”. con la certezza di vantaggi zero per l’economia locale; perché l’energia prodotta grazie al vento delle nostre zone, viene utilizzata altrove. Quale beneficio ci può portare l’eolico, visto che il fabbisogno energetico è nullo in rapporto all’immenso danno che provoca all’ambiente, alla flora e fauna, compromettendo la salubrità dell’aria, con il suo indice di rumorosità di tre volte superiore al limite consentito. È stato accertato e documentato da una perizia fonometrica effettuata dagli addetti ai lavori e precisamente dall’Arpac, dove attestasi che gli indici di rumorosità in determinate zone superano i 58 dBA di zonizzazione acustica, mentre le norme vigente variante da zona a zone si prescrive che il limite massimo non dovrebbe superare il valore di 45. Attualmente chi opta per un parco eolico a danno delle altre fonti di energie rinnovabili, non gli frulla il dubbio che con il sistema eolico si uccidono sul nascere altre potenziale fonte pulite: “solare, biomasse, idrogeno e foto voltaico”. Oggi si emettono nella rete nazionale elettrica al massimo un quarto di energia da fonte rinnovabili.
Con l’energia solare è tutta altra musica e qui ci addentriamo in misurazione di consumi definiti TEP, (tonnellate equivalenti petrolio) è l’energia equivalente ed ottenibile da 1 tonnellata di petrolio. “il tep equivale a 11.628 kWh e corrisponde al consumo annuo di energia elettrica di circa 2-3 famiglie italiane. “Per un anno il sole irradia sulla terra energia pari a 19.000 miliardi di tep. “La domanda annuale di energia nel mondo equivale attualmente a 10 miliardi di tep”. Per cui a conti fatti il potenziale sfruttabile di energia dall’irradiamento del sole ripartito all’1% delle superficie emerse dal sole, è stato stimato intorno ai 14 miliardi di tep. per ogni anno di luce, lascio a voi la valutazione e conclusione in quale direzione conviene investire le nostre risorse ed in quali progetti conviene sfruttare le usanze, tradizioni e culture del nostro paese. Certo che le differenze sono enorme e sproporzionate se pensiamo ai danni fatti con il sistema eolico, e i ricavi non soddisfano.La Legge 488 del 2003 emanata dal Ministero Attività Produttive ha elargito diversi miliardi di finanziamento e d’altro canto come si poteva dire di no all’entusiasmo di produrre energia pulita senza poter valutare gli effetti negativi e positivi. Ormai come dice un vecchio proverbio meglio tardi che mai, oppure o mangi questa minestra o butti fuori tutto dalla finestra. Qui i proverbi centrano ben poco sta di fatto che al confine tra le tre regioni: Campania, Puglia e Molise sono state installate 600 torri, non ci resta altro che farsi una partita a scacchi, a chi la prima mossa.
FRANCESCO DE SANCTIS, il viaggio elettorale Morra – Zurigo e ritorno.

di Michele Bortone
Quanto poteva essere determinante la politica ieri, e cosa rappresentano oggi gli stessi schemi, o le stesse ideologie, tutto ruota intorno ad un sistema che é quello della logica degli interessi: (se tanto mi da tanto = scopo.) Ogni mondo è paese, “o paese che vai usanze che trovi.” I patti i compromessi, le strategie facciamo questo e quell’altro; abbiamo dei progetti e degli obbiettivi ben strutturati e programmati, per cui vedrai che tutto sarà risolto. Senza mettere in conto delle accuse reciproche sui mali che affliggono il paese che ascoltiamo nei discorsi elettorali. Ma ci siamo mai chiesti se è sempre stato così o peggio. Di questo ce lo racconta Francesco De Sanctis con il suo viaggio elettorale e la “NUOVA SINISTRA”.
Ministro della Pubblica Istruzione nel gabinetto Cavour e per solo 15 giorni nel ministero Conforti, riesce a dare misura di sé in quel brevissimo periodo, con la riorganizzazione dell’università.
Deputato nel 1861 di Sessa Aurunca.
Passato all’opposizione all’epoca del ministero Rattazzi, prende corpo da un discorso alla Camera del 1864, un’idea di un nuovo partito (la nuova sinistra) sinistra giovane. De Sanctis dirigeva il quotidiano l’Italia, organo dell’Associazione Unitaria Costituzionale fondata da Settembrini nel ’63, giornale di una sinistra moderata, laica democratica. Cosa rappresentavano gli amici: eppure a quei tempi vigeva una regola di ferro:
patti chiari amicizia lunga “ più chiaro di così:”
La morosa di Lacedonia”, il Dott. Vincenzo Franciosi Sindaco del 1851, il Teologo Dott. Nicola Franciosi, l’amico Michelangiolo, vecchio collega al Consiglio provinciale e tanti altri. (nonostante tutto portò a casa 20 voti) che De Sanctis ripagò con sudore e fatica durante il percorso del suo viaggio elettorale. E c’era da fare i conti con il malessere che attanagliava il Meridione.
L’ avventura di questo grande artista meritava molto ma molto di più.
Il 15 maggio 1848 a Napoli scoppiano i moti, il maestro De Sanctis è sulle barricate con i suoi scolari, uno dei quali Luigi La Vista cade sotto il piombo borbonico. Sul finire del ‘49 parte per Cosenza come precettore e scrive i primi saggi critici, e qui viene arrestato verso la fine del ’50, portato a Napoli e rinchiuso a Castel dell’Ovo. Arrestato dagli svizzeri, indugiava e spiegava ai suoi carcerieri il significato della rivolta, ch’egli accostava a quella dell’antica Elvezia. La polizia riteneva pericoloso quel professore che, con l’adesione alla setta dell’Unità d’Italia esercitava ed influenzava i giovani. Senza processo e senza troppo speranze, De Sanctis reagisce e studia il tedesco. Liberato nel luglio del ’53, fu destituito dall’insegnamento nel collegio militare, per essere esiliato in America, sbarca a Malta, e di li parte per Torino, allora rifugio di esuli di ogni parte d’Italia che ricevevano un modesto sussidio.
A Torino insegna in un istituto per giovinette, non riesce ad ottenere una cattedra universitaria a causa dell’ostilità dei baroni accademici. Nel marzo del ’56 riprende l’insegnamento con particolare impegno alla Eidgenössiche Polytechnische Schule di Zurigo, che opera fino a luglio 1860 conobbe Mazzini, sottoscrisse il manifesto del Partito d’Azione e partì per l’Italia; sempre attento agli eventi italiani. Intuì che il tempo li dava ragione e ritornò a Napoli nell’agosto del 1860, Garibaldi lo nomina governatore della Provincia di Avellino, poi da Cavour fu nominato Ministro della Pubblica Istruzione. proprio da questa nomina e da un’occasione politica nasce il racconto (un viaggio elettorale).
Alle Elezioni del ’74 l’anno in cui si forma ufficialmente la giovane sinistra, De Sanctis si presenta candidato nel collegio di San Severo (Foggia) e in quello di Lacedonia (Avellino) e De Sanctis ottiene i voti necessari per essere eletto in entrambi i collegi. La Camera dei Deputati invalida le elezioni del collegio di Lacedonia, a causa di scritte sulle schede. Per cui viene indetto per il 17 gennaio ’75 un altro ballottaggio, De Sanctis viene eletto con 386 voti contro i 289 del Soldi. Il disagio e le difficoltà che il De Sanctis affrontò nel Viaggio elettorale, splendida cronistoria di una incomprensione fra un intellettuale-politico e il suo popolo. Il viaggio avviene nell’intervallo fra la votazione di ballottaggio del 15 novembre, e quella definitiva del 17 gennaio ’75.
Cosa muoveva il non più giovane De Sanctis a un lungo viaggio così faticoso, di misurarsi con la realtà, oppure mostrandosi dopo anni di assenza a persone ed essendone riconosciuto, ormai divenuto un personaggio importante. Oppure il desiderio di spezzare il cerchio chiuso dell’avvilente provincialismo, di mandare a monte le brighe dei candidati mafiosi e di muovere guerra ai ras locali, con l’unica arma.
Dell’aspra sincerità e dell’onestà.
De Sanctis abile conservatore e perfetto conoscitore degli umore del pubblico – da conferenza o da comizio – al quale rivolgersi nel modo giusto.. La complessità dello scrittore, a tal punto di fargli riprendere i temi-base della sua teoria dell’arte: Riapre il capitolo della critica o dell’estetica, il “viaggio” lo porta in mezzo a “gente”, a “paesi”, di cui ne ricava impressioni indelebili. Da dei titoli, nell’accostamento curato e ben preciso di un aggettivo al nome del paese visitato, con accoglienze variopinte, amichevoli come a: “Bisaccia la gentile”, “Rocchetta la poetica”, “Calitri la nebbiosa”, “Andretta la cavillosa” e Lacedonia isolata senza epiteto.
Di questa “provincia” italiana, di quel momento storico, De Sanctis fornisce uno spaccato di tutto rispetto. Il pezzo forte di un politico che viene raggiunto, nel mezzo della campagna elettorale, la notizia del rovesciamento del fronte. Il suo avversario cambia bandiera, è passato a sinistra. Per cui il Comitato Centrale dell’opposizione impone a De Sanctis di ritirarsi: il professore non accetta quello che gli pare un sopruso.
La giornata elettorale del 17 gennaio De Sanctis la trascorre al suo paese, “Morra” tra parenti e memorie, e quel formidabile essere collettivo, (che è la folla): lo ama e lo odia, lo tradisce e lo esalta. Nel secondo ballottaggio De Sanctis ottiene 97 voti più dell’avversario, contro i precedenti 77: Per cui la sua presenza e la fatica del suo viaggio elettorale venne ripagato con solo miseri… venti voti! Ma addentriamoci nelle memorie del viaggio di Francesco De Sanctis e al:
“La che dà l’attacco ai suoi orchestrali”
Napoli 25 gennaio 1875
Cara Virginia, sono tanti anni che non ci vediamo. Ma tu hai sempre serbato un piccolo posticino nel tuo core per me e per la mia Marietta, e in ogni capo d’anno ci hai mandato una tua letterina. Questa volta mi hai mandato un letterona, e mi dici tante cose, il tuo viaggio in Inghilterra, i tuoi giudici sulla nostra prosa, e mi parli delle Lettere critiche del Borghi, e mi esponi i tuoi dubbi, e vuoi sapere dal tuo antico maestro che libri hai a leggere e che indirizzo hai a tenere.
Caspita! Dissi tra me: “Virginia, non le basta esser divenuta una principessa; ora la pretende a letterata, e giudica perfino del Borghi, e fa un ritratto del suo ingegno e del suo carattere la sicurezza e la chiarezza della spontaneità femminile. Vedi un po’ come va il mondo: Borghi giudicato da Virginia! E domani toccherà a me, e a tanti altri.
Giudizi formidabili quelli di donna, che vanno diritti come l’istinto, a primo getto, a impressione, e spesso più sicuri che sillogismi fabbricati dà dotti.” Volevo risponderti subito, ma era tempo di elezioni, e posi la tua lettera da parte, e dissi: risponderò dopo.
E questo “dopo” è venuto molto tardi per me: le elezioni erano finite, ma la mia elezione continuava. Vidi contestata la mia elezione nel collegio nativo.
Allora ho pensato a te, o Virginia. Non so cosa sei divenuta, ignoro la tua vita, sento che in te ci deve essere ancora molto di buono, poi che ti ricordi del tuo vecchio maestro. La Virginia a cui scrivo è quella giovinetta, che mi sta sempre innanzi, con quegli occhi dolci, con quella voce insinuante, a cui l’esule raccontava le sue pene, ricordava la patria lontana, e tu commossa mi dicevi: Poverino! Ero da poco in Torino, mi fu offerto il solito sussidio: ed io dissi: no, voglio vivere col mio lavoro. Ora che il direttore di un giornale torinese mi concede ospitalità, tutte queste memorie mi s’affollano, ed io mi ripresento a Torino con l’animo di chi risaluta la sua seconda patria.
Quando si rivolgeva all’antica allieva del cuore di Torino, e le memorie di un tempo infelice per l’uomo,(L’amore per TERESA DE AMICIS) e pienamente vissuto nella giovinezza.
E quando mille pensieri si rincorrevano nella sua mente e si chiedeva – dove sono rintanati i miei avversari? Non vengono a farmi visita. Un pò di gentilezza non è poi male, mi pare.
Ed ecco quelli di Rocchetta, che venivano a congedarsi da me con un muso asciutto, come mi volessero rimproverare: “VE L’AVEVAMO PUR DETTO, LACEDONIA È TUTTALTRO”.
Francesco De Sanctis durante il suo faticoso ed emozionante viaggio elettorale si rivolgeva al popolo con decisione distinta, e ad ogni paese dava un nome poetico romantico: Rocchetta la poetica, Bisaccia la gentile, Andretta la cavillosa, Calitri la nebbiosa, Lacedonia l’arcipoetica. Venne solo da Bisaccia don Pietro per dirgli che lì tutti lo attendevano. Quell’accoglienza lieta e schietta, che gli fece il popolo di Bisaccia, come si fa ad amico desiderato e atteso, e le ispirava fiducia piena. Sentiva quella gente come fosse in mezzo alla sua famiglia. Gli parlarono del castello di Bisaccia, dove si diceva che era stato il Tasso, e gli promisero di mostrargli la stanza dove aveva dimorato.
Come al solito De Sanctis si prese la solita mezz’oretta di raccoglimento, e diritto alla casa comunale. Sala piena. C’era li, tutta Bisaccia. Ringraziò tutti per quell’atto di cortesia che fece onore al paese, il quale d’ora innanzi chiamò Bisaccia la gentile. A Rocchetta la mia parola era calda e fiduciosa, a Lacedonia fu concitata e quasi sdegnosa. La gioia era dipinta su tutti i volti bisaccesi, e anche sul volto del De Sanctis, soddisfatto, e ricompensato abbastanza del viaggio. La scena finì con un pensiero gentile:
Don Pietro inviò un telegramma al deputato Mancini:
“Bisaccia, facendo festa a Francesco De Sanctis, rammenta un’altra illustrazione, e manda un saluto riverente a Lei, gloria d’Italia, onore alla provincia.”
Lo condussero al castello e gli mostrarono la stanza del Tasso: Chi diceva è questa, e qui, no è l’altra; e il De Sanctis si fermò in una che aveva una vista infinita di selve e di monti e di neve sotto un cielo grigio. “POVERO TASSO! ANCHE NELLA TUA ANIMA IL CIELO ERA FATTO GRIGIO. Ma a Lacedonia era tutt’altra cosa, musica diversa anche se gli orchestrali erano sempre gli stessi.
Come e dove si celavano gli amici e nemici invisibili.
Il nostro egregio Deputato on. Francesco De Sanctis, di cui Lacedonia è gloriosa per averne egli accettato il diritto di cittadinanza conferitogli nella seduta consiliare ordinaria dell’autunno 1876. Diceva il De Sanctis: “Io voglio spiegarvi, cosa è per me Lacedonia. Nei miei primi anni sentivo spesso dei nostri parenti di Lacedonia, andai via a vent’anni in mezzo a tanti giovani più amici che discepoli, mi torna in mente Lacedonia, e venni qui a cercarmi la sposa era nato il mio primo amore, anch‘esso non coronato per meschini interessi di parte: da egoismi e puntigli paesani. E ricordando questo primo amore, e nella sua immaginazione infantile univa insieme Morra e Lacedonia, come una patria sola.
E così il 17 gennaio nella sala consiliare comunale De Sanctis un po’ amareggiato della non presenza del suo caro amico Michelangelo, fece il giro della sala, e disse un po’ turbato: e il canonico Balestrieri? E Saponieri? E il Salzarulo e l’arciprete? E il teologo entrò e si pose fra gli ultimi, come se non volesse farsi vedere. L’arciprete gli disse che era andato ad assistere un moribondo e le faceva le scuse. De Sanctis prese la parola dicendo: “Amici miei, la mia presenza qui nel cuore dell’inverno vale tutto un discorso. Io vengo senza corteggio di giornali, di comitati, di carrozze, io vengo solo, non portandomi appresso altro che il mio nome.” Quale fu la mia vita poi, voi lo sapete. Illustrai la patria con l’insegnamento, e cacciato in esilio, la illustra con gli scritti, che forse non morranno.
Tornai dall’esilio con l’aureola del martirio, del patriottismo e della scienza, e fui governatore di questa provincia, e fui ministro di Garibaldi, e fui deputato di Sessa e non fui deputato di Lacedonia. Voi mi preferiste Nicola Nisco, ancorché eletto in altro collegio e decretaste il mio esilio dal collegio nativo. Dopo quattordici anni di cotesto secondo esilio, l’esule viene a chiedervi la patria, date la patria all’esule. Restituitemi la parola data, non mi togliete la patria. Siete divisi, ma siete tutti figli di Lacedonia. E se qualcuno dicesse male di Lacedonia, non vi sentireste tutti offesi, tutti come una sola persona? Pensava bene De Sanctis e parlato anche bene soddisfatto del suo bel discorso, si chiedeva se qualche eco delle sue parole sarebbero pur giunta ai suoi invisibili. Ed ebbe subito una risposta e un incoraggiamento degl’invisibili un telegramma epigrafico:
“L’entusiasmo passa, gl’interessi restano.”
Della sua vita Francesco De Sanctis disse che ebbe sempre due risvolti, quello politico e quello letterario non distinguibile l’uno dall’altro. Fu uno dei più illustri italiani dell’ottocento e dopo la sua morte fu degnamente commemorato in tutta la nazione, e addirittura il paese in cui nacque, Morra Irpinia in provincia di Avellino, mutò il proprio nome in Morra De Sanctis, in onore del grande letterato. De Sanctis nacque il 28 marzo 1817, la sua passione politica e culturale non si spense neanche con l’esilio dapprima a Torino e poi Zurigo.
Fu tra i primi deputati al Parlamento Italiano e primo ministro dell’Istruzione, conservando l’incarico nei gabinetti Cavour, Rattazzi e Cairoli. Nel 1882 rifiuta la nomina di Senatore offertogli dal Petris e riesce ancora una volta a farsi eleggere deputato, non più in Irpinia, bensì nel collegio di Trani. Fino alla morte soleva ripetere:
“Mi eleverete statue con medesima semplicità”
Dopo aver lottato contro gravi infermità, morì il 29 dicembre 1883, nella sua casa di Vico San Severo a Napoli. Il 4 gennaio dell’anno successivo ebbe un funerale memorabile. Come atto di omaggio il suo corpo fu imbalsamato, e rimase insepolto e dimenticato per nove anni in una cappella del cimitero di Napoli. Si deve alla vedova Maria Teresa Arenaprimo, che nel 1892 dispose la sepoltura. E così, dopo anni di incuria, il nostro si ritrovò ad avere due sepolcri, e negli stessi anni fu onorato e commemorato con statue, busti e lapidi in tutta Italia.
Il 28 marzo 2007, ricorre il 190° anniversario della sua nascita, De Sanctis si sentiva ”Maestro nato”, l’uomo che si rivolgeva ai giovani dicendo:
GIOVANI STUDIATE SIATE INTELLIGENTI E BUONI, L’ITALIA SARÀ QUELLO CHE SARETE VOI
E un bel giorno del 13 aprile 1861, ebbe a dire: “noi saremo contenti quando in Italia l‘ultimo degli Italiani saprà leggere e scrivere”. Voleva che ogni creatura fosse un uomo libero e per lui l‘uomo libero era solo l‘uomo istruito.
Con questo mio studio ho voluto raccontarvi ed esaltare il lavoro di questo grande critico. Di Francesco De Sanctis ci sono in commercio diverse pubblicazione. Tra cui:
Un viaggio elettorale; Lettere a Virginia; Storia della letteratura italiana (di 1532 pagine)
Michele Bortone
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E’ stato per 5 anni presidente l’Associazione Culturale Lacedonia.
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Ha creato il progetto e organizzato il Premio Internazionale di poesia pittura e musica “FRANCESCO DE SANCTIS”.
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Ha curato e divulgato il volume di 210 pagine:”LACEDONIA DAL MEDIOEVO AL XX SECOLO” attraverso le fonti archivistiche di Carmine Ziccardi.
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Attualmente è presidente dell’ Associazione lacedoniesi nel Mondo.
INNO ALLA VITA

Dipinto di: Luigi Antonio Manna olio su tela formato 50X40
NON SEMPRE I CONTI TORNANO, MA STAVOLTA È ANDATA COSÌ DISABILI SCONFITTI “NELLA CONFEDERAZIONE ELVETICA PASSA LA 5° REVISIONE DELL’A.I. CON IL 59’1%”

di Michele Bortone
Felice, Pascal Couchepin soddisfatto per il sì, avanti tutta per il risanamento dell’Assicurazione Invalidità. Nato il 5 aprile 1942,a Martigny si è laureato in giurisprudenza all’Università di Losanna e ha in seguito lavorato come avvocato per il proprio studio legale. Nel 1968 ha iniziato la sua attività politica come membro dell’esecutivo della sua città natale, nella quale ha assunto la carica di sindaco dal 1984 al 1998. Nel 1979 Pascal Couchepin è stato eletto Consigliere nazionale per il Partito liberale radicale (PLR). Dal 1989 al 1996 ha presieduto il gruppo parlamentare del suo partito. Eletto in Consiglio federale l’11 marzo 1998 Pascal Couchepin ha assunto le redini del Dipartimento federale dell’economia il 1 aprile 1998 sino al 31 dicembre 2002. Il 1 gennaio 2003 è passato alla testa del Dipartimento federale dell’interno a cui competono in particolare la politica sociale, la salute, l’educazione e la ricerca.
Il consigliere federale ha assicurato ai disabili e agli handicappati che il risanamento dell’Assicurazione Invalidità non avverrà a loro spese. E così di punto in bianco la Svizzera del buon cioccolato, dai buoni principi e precisa come un orologio, si risveglia una mattina e di punto in bianco dovrebbe creare da 1000 a 3000 nuovi posti di lavoro all’anno per persone con handicap.
Solo a condizione che la 5. revisione A.I. sia stata accettata, in quanto l’AI ha per compito principale l’integrazione professionale già dal 1960? Si parla di abusi degli assicurati, quando i primi ad abusare dell’A.I. sono stati la Confederazione, le ex regie federali e le aziende private? Ecco le coordinate di come o se meglio vogliamo gli ingredienti per il risanamento dell’Assicurazione Invalidità. Tenendo conto della prevista riduzione del numero delle nuove rendite, la reintegrazione professionale (individuazione e intervento tempestivi nonché provvedimenti di reinserimento) permetterà all’AI di risparmiare fino al 2025 in media 200 milioni di franchi all’anno.Il progetto posto in consultazione, che il Consiglio federale si era prefisso di ridurre del 10% il numero delle nuove rendite rispetto al 2003. Ma a tutto oggi le modifiche apportate alla revisione A.I. già in corso nel 2007 potrebbero permettere persino una riduzione del 20%. Per cui l’A.I. chiama in causa l’assicurazione malattie obbligatoria ad assumersi la loro responsabilità in materia di provvedimenti sanitari, ad eccezione dei casi di infermità congenita per cui l’abrogazione dell’articolo 12 LAI permetterà all’A.I. di ridurre le uscite di 69 milioni di franchi.
Durata minima di contribuzione per aver diritto all’A.I.
La durata minima di contribuzione A.I. deve essere portata da uno a tre anni. Si può così impedire, cosa da non escludere, che dopo appena un anno di soggiorno in Svizzera degli assicurati si annuncino precauzionalmente all’A.I. Con questa misura si potranno risparmiare circa 2 milioni di franchi.
Ripercussioni finanziarie della quinta revisione A.I. L’ente pubblico finanzia il 50% delle uscite dell’A.I. i risparmi summenzionati di 510 milioni di franchi vanno dimezzati e portati al bilancio dell’A.I. come riduzione delle entrate.
(50% di 510 milioni di franchi= 255 milioni di franchi).
Se la quota dell’oro della Banca nazionale spettante alla Confederazione dovesse essere utilizzata per ammortizzare i debiti dell’A.I. (ammesso che il trasferimento senza interessi avvenga alla fine del 2009), basterebbe aumentare l’IVA di 0,7 punti percentuali a partire dal 2008.
L’A.I. uscirebbe dalle cifre rosse nel 2010. Alla fine del 2025 il suo indebitamento ammonterebbe a 20 milioni di franchi.
La formula giusta è sempre la stessa “prevenire e meglio che curare” oppure se tanto mi da tanto uguale scopo, ma! “Se l’abuso da parte degli assicurati sarà accertato e documentato perché la legge lo permette, si dovrà restituire quanto percepito fino all’ultimo centesimo e sicuramente con gli interessi”.
Tutto sommato l’argomento si commenta da solo, al cittadino spetta sempre l’ultima parola e con le sue strategie sa come farsi ascoltare, (petizioni, referendum e controprogetto sono sistemi per creare legge e abolirne). La 5. revisione A.I. sta creando un enorme polverone, paragonabile al referendum Swarzenbach contro gli italiani, ma è giusto che sia così! In una Svizzera dove il cittadino spesso è chiamato a mettere mano al portafoglio perché!!
(E’ TUTTO GRATIS QUELLO CHE NON SI PAGA). Per cui basta spreghi, chi ha tanto paga, e chi a poco da quello che può, “la legge in tutti i sensi avvolte, è uguale per tutti”.
Sopra foto certificato AVS, nei piccoli riquadri la cassa dove sono stati versati i contributi.
GIUSEPPE SCARAMELLA CAVALIERE DELLA MUSICA

di Michele Bortone
Domenica 4 novembre ’07 ore 11.00 preso il Consolato di Coira Giuseppe Scaramella verrà insignito con l’onorificenza di cavaliere della musica. Il benemerito impegno, la professionalità e la fedeltà che contraddistinguono il suo lavoro, le sue conosciute qualità umane e competenze professionali di compositore, ci testimoniano ancora una volta tutta la gratitudine delle ragioni che hanno suggerito questo conferimento. Il modo di guardare alla realtà che ci circonda e di rapportarsi con essa con approcci e prospettive sempre diversi, questo grande compositore dal carattere eclettico, anche questo intreccio di sensibilità culturale e civile che ha spinto le autorità italiane a conferirgli l’onorificenza “vivo il sentimento di italianità e quelle elvetiche”.
In una recente intervista a Scaramella gli ho posto la seguente domanda:
Hai partecipato l’Eurovisione a Dublino nel 1993, perché le istituzioni con un immenso ritardo, si ricordano solo oggi di te, soddisfazioni dalla vita ne hai avute tante, cosa ti aspetti ancora in questo 2007?
Tutto questo non ha importanza afferma, onorato e fiero di questo titolo, ringrazia e ci assicura che lui è sempre lo stesso.
Chi è, cosa ha fatto nella sua vita Giuseppe Scaramella.
Nasce a Salerno, studia musica fin dalla tenera età ma per motivi contingenti erano gli anni della grande emigrazione economica non riesce a portare a termine gli studi. Frequenta per alcuni anni i corsi di armonia presso il conservatorio Statale di Musica Giuseppe Martucci di Salerno. Musicista compositore affermato, ha composto musiche di livello internazionale (musica del film il Gladiatore di Ridley Scott, altre musiche per telenovele e pubblicitarie la famosa pasta Barilla).
Architetto di professione, approda in Svizzera ad Arosa, dove oltre al successo trova l’amore per la vita. Nonostante le difficoltà dovute alla lingua e all’integrazione, la musica e l’amore ha le sue regole ben precise e senza frontiere, Giuseppe Scaramella riesce a ottenere numerosi successi. Dal 1981 al 1998 ricopre la carica di Maestro di Musica di Arosa.
Nel 1986 ottiene la distinzione di Maestro onorario al Teatro della Scala di Milano dove dirigerà due concerti. Si produrrà anche alla Staatsoper di Vienna, al Teatro Nazionale di Praga fino ad approdare nel 1990 alla Metropolitan Opera di New York.
Quest’ultimo concerto, in uno dei più prestigiosi teatri del mondo, Giuseppe Scaramella, oberato dagli impegni decide di abbandonare il mondo della direzione per dedicarsi al suo grande amore di gioventù: la composizione.
Nel 1993 un suo pezzo viene scelto dalla commissione di esperti per rappresentare la Svizzera all’Eurofestival ma, per un vizio di forma la canzone “mondo di domani” viene estromessa. Il destino è cocciuto e l’anno seguente sempre per l’Eurofestival viene scelta una canzone di Giuseppe Scaramella.
“Sto pregando” che il 30 aprile 1994 rappresenta la Svizzera a Dublino.
Sono tante le soddisfazione e i successi di Scaramella tutti Internazionali, ha preso parte diversi festival della canzone inedita internazionale “Ci incontriamo a Lugano, “classificandosi sempre terzo e secondo. Ringraziamo questo grande musicista per aver portato in alto i valori della Campania, elvetici e italiani. Tanti auguri e congratulazione per quello che ci hai dato e che ancora ci darai.
IL SUD C’È… BASTA CON I SOGNI. È ORA DI PASSARE ALL’AZIONE.

di Michele Bortone
Quante volte ci siamo chiesti dove siano svaniti i nostri sogni. Non ricordo più quello che ho sognato, quello che volevo fare anch’io. Da quanto tempo non sogno più! Sarà per lo stress o perché non crediamo più nei valori della vita, non abbiamo più fiducia in noi. Per fortuna, sognare non costa niente. Eppure vi dico, amici, sognare si deve e si può. Sono piccoli e grandi castelli invisibili. E’ bello sognare ad occhi aperti. Così i sogni si realizzano più facilmente. Oggi siamo tutti un po’ artisti o poeti. E’ vero, la poesia mette le ali al pensiero. Tutti noi abbiamo quel vizietto: poi lo faccio, poi lo faccio. Ma non facciamo mai niente e non avviene mai niente. Immaginiamo tante cose sospese, che poi finiscono nel dimenticatoio. Naturalmente commettiamo un errore abbastanza pesante. Tutto ha un prezzo e un costo, perché a pagare siamo sempre noi. Possiamo nutrire ambizioni, coltivare progetti e illusioni. Qualche svincolamento può anche starci, quando per esempio gettiamo la spugna, con la scusa che tanto non potremo mai farcela. Ma basta con i giri di parole e affrontiamo il lato pratico.
Un conto è parlare e scrivere, un conto è realizzare. Forse state pensando a quello che penso io, cioè che un po’ di colpa è da addossare alla burocrazia e agli abusi di potere. Ma non si può scaricare sugli altri quello che spetta solamente a noi: non possiamo sapere cosa l’altro ci risponde, se prima non gli rivolgiamo la domanda. Dunque, passiamo dalle parole ai fatti. Costo, tempo, pazienza equivale al progetto realizzato. Oggi con le nuove tecnologie a nostra disposizione è più facile fare impresa. Ma ci spaventiamo già in partenza, perché tendiamo ad ingigantire sia l’impegno che i relativi rischi. E allora restiamo bloccati, incapaci di agire. Nel nostro Sud la rassegnazione e l’impotenza sono cresciute a dismisura. Ma basta con i sogni che restano eternamente chiusi nel cassetto. È venuto il momento di svegliarsi, di rimboccarsi le maniche e passare all’azione. Il pessimismo produce soltanto altro pessimismo. È una catena che bisogna spezzare. Cerchiamo di sostituirlo con l’ottimismo della volontà, perché ne va della vita non solo nostra, ma anche di quella dei nostri figli e dei nostri nipoti.
Il nostro Sud ce la può fare.
ANCHE STAVOLTA QUALCUNO L’HA FATTA FRANCA MA LA LEGGE È… “VERAMENTE UGUALE PER TUTTI.”

Lugano, 14.07.2007 di Michele Bortone
Un’altra scossa di terremoto più forte di quella del 2002 si registra a San Giuliano di Puglia, nessun danno alle cose, solo sgomento dispiaceri e tristezza nel cuore della gente colpita e accecato dall’odio di farsi giustizia. Tutti assolti, imputato e colpevole il terremoto e quel fatale destino di ventisetti bambini innocenti che non dovevano trovarsi in quel maledetto posto sbagliato. E così oltre al danno anche la beffa, chi ci rimetta è sempre il cittadino, è proprio vero: (il cane mozzca sempre a lu strazzato) il cane morde sempre a coloro che hanno già i vestiti rotti. E con questo processo che noi italiani dimostriamo (fatta la legge raggiriamo l’ostacolo). Ma com`è fatta la legge! è veramente uguale per tutti. Come ragionano e come giudicano i giudici. L’enigma é tutto qui, in queste poche parole: (Nessuno deve essere accusato, arrestato né detenuto, se non nei casi determinati dalla legge e secondo le forme da essa prescritte). Ma accuse grosse come macigni: (falso ideologico e omicidio colposo devono essere puniti. Si dice che in Italia la giustizia non guarda in faccia a nessuno. Qui stavolta lasciatemelo dire, in questo processo più di qualcuno si è vergognato di alzare la testa e guardare in faccia alla realtà. Sono trascorsi al’incirca cinque anni da quel fatidico giorno, il tempo non cancellerà facilmente una grande ferita che non riesce a rimarginarsi. Non ci resta che affidare una preghiera a quei 27 angioletti, e la solidarietà di noi italiani alle famiglie colpite. Dobbiamo accettarci… anche questa è Italia.
