Non basta una giornata di Consiglio europeo, sicuramente ce ne vorranno altre quanto basta le divergenze tra Italia e la Commissione Ue sulle stime sui conti pubblici, e più che altro l’invidia che hanno per l’Italia e gli italiani… in Italia abbiamo tutto, tutto il mondo ci copia, è documentato il coinvolgimento della falsificazione.
Nel corso della giornata e diversi colloqui informali., ho capito che alcuni parlamentari europei… da una parte non ci sentono bene. Le stime della Commissione sui nostri conti e sul deficit italiano siamo lontani da quelle reali sui cui si basa la posizione italiana. Il premier Giuseppe Conte è a Bruxelles per il Consiglio Europeo, l’invio della lettera sui conti pubblici italiani all’Europa. La Commissione Ue sta analizzando la lettera del premier Conte. È vero se tanto mi dai tanto = scopo. Alcuni anni fa ricordo che la cancelliera Angela Merkel disse: “l’Italia ha un bel tesoretto di oro, potrebbe adoperare quello No signori quell’ora non si tocca!
IL CALZOLAIO… MICHELE MELCHIONNA (Foto di Claudia Cocozzello).

Proprio come dice Claudia…sul tavolino da lavoro di tutto e di più, il suo mondo: pece, martello, chiodini, forbici, trincetto, pinze e, qua e là, sparse scarpe in attesa di essere aggiustate o ritirate… La nobile e rara arte del calzolaio. ll nostro” Michelino fa parte delle ricchezze di Lacedonia… Un’altro mestiere che va scomparendo.
MADONNA DEL CARMINE (processione a Lacedonia il 16 luglio.)
La Madonna del Carmine, protettrice dei muratori… nella foto il mio maestro Antonio Onorato, Il mio amico Nicola. Festa che ricorre il 16 luglio. Vi auguro una buona giornata.
LACEDONIA ASSIEME (16 giugno 2019 a Torino)
IL CESTAIO, (nella foto il cestaio, signor Pelullo con Gerardo Caputo.)
Il cestaio artigianale ha un vasto assortimento di cesti, confezionati a mano, la tradizione degli antichi contadini, quando pioveva oppure nevicava… un lavoro a tetto e al calduccio.
E ORA COMINCIA IL BELLO! (Bentivoglio, come Schettino: si avvicina alla scogliera per prendere applausi, ma sta facendo affondare la nave)
Sciopero metalmeccanici, Bentivogli (Fim): “Governo come Schettino”. In piazza a Milano, Firenze e Napoli. Landini: “Sciopero generale? Non escludiamo nulla”. Periodo difficile per molte aziende, a rischio ci sono fino a 280 mila posti di lavoro. MILANO – I metalmeccanici incrociano le braccia: sono partite le manifestazioni simultanee a Milano, Firenze e Napoli. Iniziative unitarie promosse da Fiom-Cgil, Fim-Cisl e Uilm-Uil, per chiedere al governo e alle imprese di mettere al centro il lavoro, l’industria, i salari, i diritti. “Futuro per l’industria”, è lo slogan che accompagna le manifestazioni in una delle ultime tappe del percorso unitario che i sindacati hanno inaugurato a piazza San Giovanni a Roma, il 9 febbraio scorso che dovrebbe chiudersi il 22 giugno a Reggio Calabria, per il Sud.
Presenti alle manifestazioni le delegazioni delle tre sigle: a Milano i segretari generali della Cgil Maurizio Landini e della Fim Marco Bentivogli; a Firenze i segretari generali della Cisl Annamaria Furlan e della Uilm Rocco Palombella; a Napoli i segretari generali della Uil Carmelo Barbagallo e della Fiom Francesca Re David. Il primo ad attaccare il governo è proprio Bentivogli, che accusa l’esecutivo che “in questa permanente campagna elettorale fa un pò come Schettino: si avvicina alla scogliera per prendere applausi ma sta facendo affondare la nave”. Landini è invece tornato su un tema già sollevato nei giorni scorsi, la possibilità concreta di uno sciopero generale: “Quello lo valuteremo assieme. Se il Governo continua a non ascoltarci visto che adesso deve decidere cosa fare rispetto a cosa chiede l’Europa e con la legge di Stabilità, è chiaro che non escludiamo nulla”.
Non è certo un periodo facile, per molte aziende in Italia. Basta pensare ai casi caldi della Whirlpool a Napoli e della ArcelorMittal, l’ex Ilva, in Puglia che è tornata a chiedere la cassa integrazione. A seconda della piega che prenderanno le vertenze, il numero dei lavoratori a rischio “va dagli 80.000 ai 280.000”, secondo calcoli della Fim.
E proprio sul caso Whirlpool, attacca Barbagalo: “Il primo passo che ha fatto il Governo va bene ma non basta, perché se la Whirlpool ha preso 200 milioni e passa negli anni, se ne facciamo restituire loro solo 5 li avranno messi nel conto. Bisogna che restituiscano il maltolto, che sono tutti i 200 milioni che si sono presi nel tempo”. Contro la “desertificazione industriale al Sud” e “salari troppo bassi” punta invece il dito Re David.
Sciopero dei metalmeccanici, a Napoli aprono il corteo le donne della Whirlpool
I sindacati partono dalla richiesta per il rilancio degli investimenti pubblici e privati ed il sostegno all’occupazione: temi che, insistono, vanno rimessi al centro dell’agenda politica. Denunciano “la mancanza di una qualsiasi idea di politica industriale” nel Paese, che sta diventando un territorio di conquista delle multinazionali con la conseguenza, avvertono, che l’Italia sta perdendo la sua ricchezza manifatturiera. E chiedono più salute e sicurezza, dicendo basta agli incidenti ed alle vittime sul lavoro. In parallelo viaggia uno sciopero del sindacato autonomo Fismic-Confsal, per chiedere un cambiamento della politica economica del governo che “sia più attenta alle questioni dell’occupazione e dello sviluppo economico”, con due manifestazioni: a Torino per le regioni del nord e a Melfi (Potenza) per le regioni del centro-sud.
Michele Franscioni.
LIBERA COME IL VENTO “Le Perle” Il volume di poesie Annamaria Petrillo
Tu mi dicevi che ero
libera come il vento
e che nessuno mai
mi avrebbe messo le briglie.
È vero,amore mio!
Sono ancora l’acqua
che sgorga dalle montagne
la nuvola che veleggia nel cielo
e aspetto la sera per tessere
i miei colloqui con miriadi di stelle.
L’anima non si stanca mai
di ascoltare ,nel respiro della terra,
le voci affannose del buio
e di singhiozzare sui sogni disfatti.
E poi….la tempesta si frange
e la grazia del tuo amore,
come squarcio di luce,
graffia l’oscurità
che profuma di stelle.
| NEL GREMBO DELL’INFINITO Fragile è la luce del giorno che a poco a poco cede il passo alla sera. Fragile è il mio tempo fra foglie rosse di malinconia e soffi di vento del passato. Nel grembo del giorno morente nomade d’amore rincorro un approdo al mio faticoso vagare. I miei giorni sono foglie secche che il tempo trascina nel suo turbinio senza fine. Rannicchiata nel guscio del silenzio cerco finalmente quiete nel caldo nido dell’infinito che profuma di mare e di vele alzate…. Annamaria Petrillo. | |
| LA NOSTRA VITA Siamo prestati alla vita perché in noi cresca il soffio divino. Siamo terra che diventa vento celeste siamo frammenti dell’armonia dell’universo. L’argilla del corpo ci lega alla pietra ma l’anima si dischiude alla luce nel grembo del cielo. Tutta la vanità del mondo e’ destinata a passare e solo l’ardore dell’amore eleva le sue fiamme E ogni cosa ritorna all’ antica Sorgente come il nostro continuo vagabondare. Fa’, Signore,che la nostra sera si apra alle chiare stelle dell’Infinito. Annamaria Petrillo | |
LA TREBBIATURA tratta dal romanzo autobiografico (LA MIA VITA È UN FILM)

Giunse notizia della trebbiatura. Entusiasmo, allegria, voglia di vivere un’altra esperienza. Durante il giorno era un susseguirsi di manovre. Il piazzamento della trebbia, una grande macchina che permette al contadino di trasformare setti mesi di lavoro, nel tanto atteso grano. Frumento che sfamava la povera gente. Giunse il nostro turno per la trebbiatura e preparammo tutto. I sacchi per il grano a volte non bastavano, si doveva far capo a qualcuno che te ne prestava uno. Il motore collegava con le cinghie la puleggia della trebbia; altre cinghie erano collegate a un’altra macchina per l’imballaggio della paglia. Il tutto funzionava tramite queste cinghie. Se ne rompeva una o un pezzo della trebbia e si doveva attendere la riparazione. Il contadino ghignava, con tutto il suo da fare. Un lavoro a catena: uno addetto alla partenza del motore, che era sempre il padrone dell’impianto, due persone a sostituire il sacco del grano. Davanti al canale della trebbia altre due: una si occupava di tagliare i covoni, l’altra con la forca accompagnava i covoni, che conducevano alla trebbia per la trasformazione del grano.

Un operaio si occupava di prendere le balle di paglia e sistemarle. La catena sembrava funzionare, se si fermava uno, si fermavano tutti. Era un lavoro pesante, sotto un sole cocente. Si cominciava anche lì molto presto: alle sette del mattino, poi la consueta pausa da mezzogiorno alle tre. Il lavoro rendeva più con il fresco del mattino. Il pomeriggio lavorare sotto il sole era durissima. Il sudore, la trebbiatrice, braccia di metallo estirpavano concitate e pulviscolo di paglia spandevano in aria. La trebbia intonava un coro risonante che copriva lo sporadico canto. Con ansia si attendeva la sera, per rinfrescarsi con acqua fresca.
Il giorno dopo, stessi movimenti per trenta giorni. Finita la musica della trebbia, un via vai di trattori che trasportavano il grano e le balle di paglia. Triste era l’arrivo di un temporale, il grigio dell’aia, sembrava un dipinto in cornice, il tempo si fermava per quell’attimo, poi tutto ritornava a splendere. Il grano su enormi teli veniva messo ad asciugare. Quando tutto rispondeva alla regola, si passava alla conservazione nel granaio, che noi chiamiamo: cascione. Immaginate, dopo tutto il lavoro, il meritato riposo. Eh, no! Altre cose e fare d’urgenza. Immagazzinare la paglia nel fienile per l’asino.
L’asino provvedeva al trasporto. La stessa serviva per il suo letto, per il maiale e per riscaldarsi. Settembre alle porte, oltre all’aiuto in campagna, dovevo preparare le mie cose per la scuola. La cartella, i compiti. Il consiglio del maestro: «La quarta elementare non è una passeggiata»; con il dubbio di non aver studiato abbastanza.Non era facile conciliare campagna e studio, eppure avevo fatto l’abitudine. Dopo la trebbiatura, si faceva festa, con balli e mangiare e bere per tutti.
GIUGNO… FALCE IN PUGNO, La mietitura tratta dal romanzo autobiografico (LA MIA VITA È UN FILM) di Michele Bortone

Fine giugno, immensi campi dorati di grano, cullati dal vento, sembrano onde del mare. Ho il ricordo del vento forte e freddo, delle nuvole che si rincorrono su e giù giocando a nascondersi dal sole. Ricordo come se fosse ieri, in contrada Serralonga, precisamente il 29 giugno, accovacciato in un mucchio di covoni sognavo nuove avventure e altre cose da imparare. Falce in pugno, si mieteva il grano. Non c’erano macchine e se ce n’era qualcuna costava tanto. L’unico sistema economico erano le braccia.
La raccolta del grano avveniva manualmente e ogni membro della famiglia, svolgeva un ruolo ben preciso. Se la forza-lavoro era insufficiente si era costretti ad assumere lavoranti occasionali. Durante il periodo della raccolta del grano, i mietitori camminavano scalzi o, al posto delle scarpe, calzavano pezzi di copertone presi chissà dove; quelli che avevano le scarpe, invece, per non farle consumare le portavano appese in spalla. Portavano addosso anche i ferri del mestiere, ovvero un paio di falci e tutto l’occorrente per la mietitura. In testa invece indossavano un grosso cappello, a falde larghe, per ripararsi dal sole cocente; sulla nuca mettevano un fazzoletto umido per rinfrescarsi il collo.
Spesso il lavoro veniva fatto “a cottimo” dalla “parànze[1]” ben affiatata. A carico del proprietario del fondo era anche il mangiare, compresi ventitré litri di vino pro-capite, per giornata lavorativa. Prima dello spuntare del sole ci si trovava sul posto per iniziare a mietere. Ci si fermava solo per mangiare. La colazione era a base di insalata di pomodori, cipolla, cetrioli e formaggio di capra. Le persone della parànze mietevano il grano e lo posavano a terra. Altre due si occupano di raccogliere le bracciate, mettendole insieme formando un covone. Un’altra, infine, li raccoglieva e li posava in un determinato posto. Un lavoro che mi spettava, durante la giornata. Mi occupavo di portare da bere ai mietitori, di tenere al fresco l’acqua e il vino; usavamo fare un buco nel terreno, si copriva la fiasca con stracci bagnati, e ci si posavano sopra dei covoni di grano.
A mezzogiorno controllavo che non mancasse niente. Si pranzava, in un unico piatto, grande e smaltato, che conteneva pastasciutta con salsiccia e pezzi di filetto di maiale conservati sotto sugna. Le cinque persone si sdraiavano poi su una coperta, sotto un ombrellone, ognuno mangiava la sua parte senza sconfinare. Il tutto accompagnato da buon vino, salumi e prosciutto nostrano.
«Si fanno ticchi ticchi», come diciamo in dialetto lacedoniese.
E poi c’era la meritata siesta fino alle tre del pomeriggio. Era pericoloso, restare con la testa sotto il sole cocente. La siesta era in aperta campagna, sotto due grandi ombrelloni; ci si addormentava all’ombra e ci si svegliava sotto il sole. Non c’erano alberi, ci si spostava come girava l’ombra. Più di una volta la pennichella pomeridiana era disturbata dai morsi delle formiche. Il mietitore infastidito si alzava allora borbottando!
«Andiamo a vedere i sostituti dove sono arrivati», diceva. Stupito esclamava poi: «Ma quelli non hanno fatto proprio niente, è tutto come l’abbiamo lasciato!»
Sotto un sole cocente i canti dei mietitori, echeggiavano.
«Padrone, vuoi mète ru grane, è ’adduce sauzicchie e maccarune». («Padrone se vuoi mietere il grano, devi portare, salsicce e maccheroni). Altri canti, per coloro che raccoglievano bracciate di grano per trasformarli in covoni. «Piglie la fiaschè e và pè l’ande[2], nun date a bève a lu jèrmitatore. Quire rèste li jèrmite avante, per fare spigulà[3] ’ste doie figliole».
(«Prendi la fiasca del vino e vai, non dare da bere a quei due che raccolgono le bracciate. Loro lasciano le bracciate di grano per terra, per le due ragazze».)
A sera al tramonto del sole, strada facendo, i contadini si chiedevano tra loro: «Hai finito… domani dove vai?». «Ho finito di mietere», rispondeva l’altro, «devo tornare per raccogliere i covoni, una mezza giornata».
La giornata di lavoro cominciava alle quattro del mattino e finiva alle otto di sera. A tarda sera, poi, seduti al fresco, ci raccontavamo le avventure della giornata. Mia madre preparava il sugo e al mattino, di buon’ora, cuoceva la pasta, la condiva e la portava in campagna per il pranzo di mezzogiorno. La mietitura durava all’incirca tre settimane. Poi si ricominciava con un altro lavoro: trasportare i covoni all’aia più vicina.
Durava quindici giorni, ma tutto dipendeva dal raccolto. Altri sacrifici, per non farsi mordere dalle mosche e dai tafani, che succhiavano il sangue anche all’asino. Ci si alzava alle quattro del mattino. L’asino con “gegne[4]”, per il trasporto dei covoni dalla campagna all’aia. Sull’aia una persona capace, bravo come un muratore, li affilava e faceva un “pignone[5]”. Un’opera d’arte, considerando che restava esposto sull’aia, al vento e alla pioggia. Una meraviglia, tutti uguali, a base rotonda; poi man mano a restringersi.
I mestieri del contadino erano la semina, la
mietitura, il trasporto dei covoni, la trebbiatura, pulire il terreno dalle
stoppie. Lo faceva prima che il tempo cambiasse, altrimenti le stoppie si
bagnavano e non bruciavano. Il tempo passava lasciando il segno della vita,
giorni tristi si susseguivano lasciando momenti di tristezza e solitudine.
1)Gruppo formato da quattro mietitori e un legatore, adibito alla legatura dei covoni.
2) L’ande: una determinata larghezza di grano da mietere.
3) Spigolare: persone che raccolgono spighe di grano nelle messi.
4) Gegne: attrezzi in legno per il trasporto dei covoni.
5) Pignone: Un assieme di covoni esposti sull’aia in attesa della trebbiatura.
LA MADONNA DELLE GRAZIE, FA RITORNO ALLA SUA DIMORA

Durante la transumanza dei vaccari montellesi in contrada Forna, attratti dall’area nei pressi del fiume Osento, dove erano soliti far pascolare gli animali. Scoprirono in un cespuglio la statua della Madonna, che portarono nel loro paese, ma la statua scompare. La tradizione popolare, Tale statua scomparsa, venne ritrovata da contadini lacedonesi sopra un olmo, nei pressi del sito dove il Santuario, con probabilità venne edificato.
Altra spiegazione si rifà alle ricerche dello storico lacedoniese, Pasquale Palmese, secondo cui la statua della Madonna, con altri reperti religiosi, venne realizzata da alcuni vaccari di Montella abili intagliatori, che donarono “alla spoglia Cappella”.

Nel 1850 ultimati i lavori di ricostruzione della volta, ordinati dal prete Raffaele De Mauro, l’intero edificio crolla, a causa dell’eccessivo peso dell’aggiunta struttura. La riedificazione della cappella, nel luogo al precedente, venne finanziata con le “limosine” raccolte tra la popolazione, 120 ducati d’oro, di cui 100 ducati donati dal Re Ferdinando II, di passaggio per Lacedonia. Nel 1857 il Cappellano Giuseppe Lavacca fece restaurare l’immagine della Madonna.

Il Lunedì in Albis, la statua della Madonna delle Grazie viene portata in processione fino alla Cattedrale di Lacedonia, vi rimane per circa un mese. Successivamente, la prima domenica di maggio, la statua fa il viaggio inverso, dalla Cattedrale, intorno alle sette del mattino, per raggiungere il Santuario verso le 10, dove viene ricollocata al suo posto. Per tutto il giorno seguono festeggiamenti, con la banda musicale di Lacedonia, picnic e grigliate all’aperto, al tempo stesso negli odori e sapori, si mescolano per risaltare la tradizionale accoglienza lacedoniese.

Foto gentilmente concesse da Antonello Pignatiello.

Anno 1942. MADONNA DELLE GRAZIE (archivio F. Sessa)







